Chi è l’endodonzista

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Un conservatore beneficiario del progresso tecnologico

Congresso SIE di Parma del 6-8 novembre 2014, Dental Tribune ha posto alcune domande a Mario Lendini, odontoiatra in Torino, socio attivo e membro del consiglio direttivo della SIE, oltre che Certified member dell’ESE, socio dell’AAE, past president dell’AIOM. Socio fondatore della SIROM.

Qual è lo status internazionale dell’endodonzia italiana?
L’endodonzia italiana si pone attualmente su ottimi livelli nella clinica e nella ricerca applicata e il successo e la stima di cui godono molti ricercatori e relatori italiani, considerati ai massimi livelli internazionali, ne è una valida attestazione. La costante azione scientifica e didattica della Società Italiana di Endodonzia ha senz’altro elevato lo standard non solo degli specialisti ma anche e soprattutto quello dei dentisti generici, che rappresentano in realtà il vero obiettivo di tutto il lavoro di formazione e aggiornamento svolto dalla SIE.

L’endodonzista è un conservatore per definizione, ma conservatorismo in scienza non è una contraddizione in termini?
In un certo senso ha ragione! L’endodonzia ha un animo fortemente conservatore nel senso che il suo scopo finale è quello di mantenere nella funzione e nell’estetica l’elemento dentario naturale: infatti è indubbio che anche quando ha perso la sua vitalità pulpare, mantiene, attraverso il legamento parodontale, una sensibilità propriocettiva che certamente incide sulla qualità e sul feedback della funzione masticatoria per il paziente. Nella stessa direzione conservatrice ci siamo mossi attraverso un’evoluzione delle tecniche endodontiche, sempre più attente al mantenimento dell’anatomia radicolare, alla minima invasività dei tessuti peri radicolari e del dente nel suo complesso, alla cura della disinfezione profonda e del sigillo ermetico e stabile nel tempo non solo del canale radicolare, ma anche della cavità di accesso coronale attraverso la ricostruzione post endodontica, ormai integrante della terapia endodontica nel suo complesso.
Quando parliamo di estetica, invece, dobbiamo considerare non solo la conservazione nel tempo dell’architettura dei tessuti parodontali, certamente più facile con il dente naturale rispetto all’impianto endo-osseo, anche quando correttamente eseguito, ma, soprattutto, il mantenimento dei volumi ossei alveolari, che così profondamente incidono sulla qualità e quantità di sostegno offerto ai tessuti molli del viso. È un concetto assolutamente moderno e innovativo, in un momento in cui l’odontoiatria sta estendendo il suo campo di azione all’estetica del viso e dei tessuti periorali.
Paradossalmente, tuttavia, l’endodonzia è la specialità odontoiatrica che maggiormente ha beneficiato di un progresso tecnologico incalzante nei materiali e nelle apparecchiature. Parliamo non solo degli strumenti endodontici in nickel-titanio, ma anche di motori endodontici sempre più sofisticati, di rilevatori apicali precisi e affidabili e di materiali per l’otturazione canalare stabili nel tempo e biocompatibili. Proprio in questo si inserisce la vocazione formativa della SIE che ha accompagnato l’aggiornamento di tanti professionisti, permettendo loro di fruire a pieno delle possibilità offerte con semplicità, costanza, attenzione e doveroso spirito critico.
Tutto ciò ha sortito due importanti risultati. Il primo è quello che le tecniche endodontiche attuali sono più semplici, standardizzate e più affidabili, il secondo è che queste caratteristiche hanno permesso un generale e significativo innalzamento degli standard di qualità delle prestazioni erogate, perché permettono anche ai non specialisti di eseguire facilmente terapie di ottimo livello, con una ricaduta importantissima proprio sulla salute orale dei nostri pazienti e, quindi, sulla loro qualità di vita.

Parlando sempre di progresso tecnologico, vi è qualche innovazione che lei ritiene significativa per le sue valenze future o per il progresso della disciplina?
Come ho già detto le innovazioni tecnologiche, come il microscopio operatorio o in ambito endodontico stretto, sono numerosissime, costanti e significative, ma, al di là di queste, personalmente penso che le potenzialità offerte dall’indagine radiologica cone-beam, che permette di visualizzare tridimensionalmente ormai anche in alta definizione un volume osseo, ha veramente segnato un importante balzo in avanti. La qualità e l’accuratezza della diagnosi, infatti, sono strettamente legate alla possibilità di vedere realmente non solo ampiezza delle lesioni ossee di origine endodontica e loro contiguità con strutture anatomiche importanti, ma anche quelle di lesioni radicolari, come i riassorbimenti esterni o l’alterazione dell’anatomia apicale, che prima non erano evidenziabili con la sola radiologia tradizionale, intuibili in passato grazie all’esperienza e a processi diagnostici non risolutivi. Ovviamente anche questo si ribalta immediatamente sul paziente, cui possiamo fornire indicazioni diagnostiche certe e quindi programmare eventuali interventi complessi, come quelli di ritrattamenti ortogradi impegnativi o di endodonzia chirurgica, con un livello di sicurezza molto aumentato rispetto al passato.

La figura dell’endodonzista come si inserisce quindi oggi nel panorama odontoiatrico?
Certamente rimane l’importante funzione di specialista tecnicamente avanzato, con buona manualità e attenzione all’evoluzione tecnologica strettamente endodontica. Il panorama odontoiatrico si è però rapidamente evoluto e sempre più congressi scientifici di implantologia, a fronte del significativo aumento delle gravi complicanze post implantari, hanno riportato l’attenzione sull’importanza del mantenimento del dente naturale quando non irrimediabilmente compromesso. La funzione dello specialista in endodonzia si è quindi allargata alla diagnosi differenziale e alla progettazione del piano di trattamento multidisciplinare. Infatti chi meglio di lui può realmente indicare quando un elemento dentario è recuperabile oppure no? Questo richiede nuove e più approfondite conoscenze perché, ovviamente, la diagnosi differenziale si avvale di varie competenze. A volte un dente, che potrebbe essere tranquillamente recuperato in senso endodontico stretto, potrebbe essere invece irrimediabilmente compromesso dal punto di vista parodontale o nella sua struttura dentinale. Ultimo dato importante: l’attenzione del paziente alla propria salute orale e la possibilità di reperire molte informazioni su Internet. Sempre più spesso, infatti, mi capita di offrire consulenze a pazienti che hanno avuto da altri colleghi un piano di trattamento implantare e che, prima di decidere, richiedono autonomamente una valutazione sulle possibilità di recupero del dente naturale prima di rinunciarci definitivamente. Questo significa spesso una grande responsabilità cui dobbiamo rispondere con attenzione sia verso il paziente sia verso i nostri obblighi deontologici.

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