Collutorio modificato per la riduzione delle pigmentazioni da clorexidina

0
632

1. Introduzione

Il controllo chimico della placca dentaria rappresenta una delle fasi più importanti durante molti trattamenti odontoiatrici così come durante le normali manovre di igiene orale domiciliare. A tale scopo sono stati prodotti e messi in commercio molti principi attivi, per lo più in forma di collutori, dentifrici o spray, fra i quali possiamo principalmente ricordare la clorexidina, gli oli essenziali, i derivati del fluoro, il delmopinolo. Tuttavia, dai dati emersi negli ultimi anni dalla letteratura, la clorexidina rappresenta ancora oggi il prodotto più efficace nel controllo chimico della placca, tanto da essere definita a pieno titolo come “gold standard”. La clorexidina (CHX) è una molecola appartenente alla famiglia dei bisguanidi, con spiccata attività nel controllo chimico della placca e della gengivite. Seppur in relazione alle caratteristiche intrinseche delle diverse specie batteriche, essa svolge un’azione di tipo batteriostatico se usata a basse concentrazioni, mentre presenta un effetto per lo più battericida, se utilizzata a concentrazioni maggiori. La clorexidina sviluppa il proprio effetto antisettico grazie alla capacità di instaurare legami chimici con i gruppi anionici (fosfato, solfato, gruppo carbossilico) presenti a livello della parete cellulare batterica e indurre quindi un marcato aumento della permeabilità cellulare e un’alterazione dell’equilibrio osmotico.

In virtù delle sue proprietà canoniche, la clorexidina è inoltre in grado di legarsi:

–    alle mucose orali,

–    all’idrossiapatite dello smalto,

–    alla pellicola secondaria presente sulla superficie dentale,

–    alle proteine salivari,

–    ai batteri e ai polisaccaridi cellulari di origine batterica.

Quando legata a queste strutture orali, la clorexidina può essere lentamente rilasciata mantenendo concentrazioni efficaci sui microrganismi per circa 8-18 ore. Questo effetto che permette al principio attivo di rimanere in concentrazioni efficaci anche a distanza di ore dalla sua somministrazione è definito “substantivity” e rappresenta il punto di forza di questa molecola. La clorexidina tuttavia rimane un principio farmacologico, con molti pregi ma anche alcuni fastidiosi effetti collaterali. Tra i principali effetti collaterali, il più diffuso è senz’altro rappresentato dalle pigmentazioni brunastre, che si registrano a carico di superfici dentali e mucose, restauri soprattutto resinosi o manufatti protesici e che ne limitano pertanto un utilizzo prolungato nel tempo. In particolare, il legame tra pigmenti e idrossiapatite sarebbe mediato dall’interazione tra i gruppi anionici delle molecole coloranti e quelli cationici della clorexidina, i quali una volta legati creerebbero una pellicola brunastra alquanto difficile da rimuovere con il semplice spazzolamento. Questo effetto collaterale si rileva principalmente dopo utilizzo prolungato di clorexidina, magari con le formulazioni a concentrazione più elevata (0,2% o anche 1% in alcuni gel orali), ma può essere in primis minimizzato anche limitando l’assunzione di cibi e bevande contenenti cromogeni durante il periodo di trattamento con clorexidina: è stato dimostrato infatti che queste discromie sono correlate alla frequenza di esposizione e al dosaggio di sostanze come tè, vino rosso, caffè e fumo di sigaretta).

Obiettivo dello studio

Scopo di questo studio è valutare l’efficacia di un collutorio con clorexidina allo 0,2% contenente un sistema antipigmentazione brevettato studiato per contrastare l’insorgenza delle macchie a livello dentale, quando confrontato con un collutorio tradizionale di formulazione ampiamente testata e descritta in letteratura contenente però sempre clorexidina allo 0,2%.

2. Materiali e metodi

Sono stati selezionati, per questo studio, 30 pazienti volontari, maschi e femmine, di età compresa fra 19 e 39 anni, in accordo con i principi della dichiarazione di Helsinki. Non sono stati inclusi nella sperimentazione pazienti con patologie sistemiche gravi, quali malattie cardiovascolari, diabete, sindromi neurologiche o psichiatriche o patologie infettive. Sono stati esclusi dallo studio anche pazienti che non fossero in grado di eseguire correttamente le manovre di igiene orale domiciliare, pazienti affetti da malattia parodontale cronica con tasche > 4 mm, soggetti con un numero di elementi presenti in arcata minore di 20. Dopo l’arruolamento, sono stati acquistati dal commercio i confezionamenti di due comuni collutori, uno contenente un collutorio tradizionale alla clorexidina 0,2% con alcool e uno contenente clorexidina allo 0,2%, senza alcool, con un sistema antipigmentazione brevettato, denominato    ADS® (Anti Discoloration System) (Curasept collutorio 0,20%, Curaden Healthcare srl – Saronno – Italia). Il sistema ADS® è costituito da acido ascorbico e da sodio metabisolfito, due molecole in grado di interferire con i due principali processi che portano alla formazione di pigmentazioni, rispettivamente la denaturazione proteica con formazione di solfuri metallici e la reazione di Maillard. Sono stati quindi preparati per ogni paziente due flaconi, assolutamente identici, inerti, opachi, non reattivi coi prodotti contenuti, di capienza di 900 ml, in cui sono stati introdotti in uno il collutorio con ADS e nell’altro il collutorio tradizionale. I flaconi, con etichetta neutra, sono stati quindi contrassegnati semplicemente con un codice alfanumerico che identificasse in maniera univoca il paziente cui era stato assegnato. La chiave di lettura è stata mantenuta ignota dall’organizzatore dello studio fino al termine dello studio, al fine di impedire che il paziente o l’operatore professionale selezionato per le valutazioni venissero a conoscenza di quale tipo di collutorio si trovassero a testare. Lo studio è quindi stato eseguito secondo il criterio del “doppio cieco”. L’apertura delle confezioni originali del commercio e l’introduzione del contenuto nei flaconi inerti sono state eseguite immediatamente prima della consegna al paziente dall’organizzatore dello studio (e non dallo sperimentatore selezionato), in modo tale che non vi fossero alterazioni ai prodotti dovute all’apertura troppo precoce delle confezioni, per quanto improbabili possano essere ritenute. Prima dell’inizio dello studio, tutti i pazienti sono stati sottoposti a sedute di igiene orale professionale, in modo da rimuovere i depositi di placca molli e duri esistenti e da azzerare gli indici parodontali da analizzare:

–    Plaque Index (PI) per la quantità di placca presente;

–    Gingival Index (GI) per il livello di infiammazione gengivale;

–    Stain Index (SI) per l’entità delle pigmentazioni.

In maniera randomizzata i 30 pazienti sono stati assegnati al gruppo test CHX 0,2 + ADS o al gruppo controllo con la sola CHX 0,2, e a ciascun paziente è stato quindi assegnato il codice di riferimento alfanumerico, che corrispondeva a quello riportato sui flaconi. I pazienti hanno quindi eseguito due cicli di sciacqui della durata di 14 giorni ciascuno intervallati da un periodo di sospensione pari ad almeno 15 giorni, utile al fine di eseguire una seconda seduta di igiene orale professionale e permettere la normalizzazione degli indici parodontali in esame fra un ciclo e l’altro. Ogni ciclo prevedeva uno sciacquo con 15 ml di prodotto puro per un minuto, da eseguirsi due volte al giorno. Durante il periodo di utilizzo dei collutori i pazienti non hanno spazzolato né usato alcun altro dispositivo per l’igiene orale.

2.1 Valutazione cromatica

Allo scopo di valutare le alterazioni cromatiche degli elementi dentari anche con un sistema non operatore dipendente, a 7 e 14 giorni di ogni ciclo di sciacqui è stato rilevato il colore degli elementi sottoposti al test attraverso l’ausilio di uno spettrofotometro (dispositivo SP820À., Techkon GmbH – Konigstein – Germany). Questa apparecchiatura è dotata di un dispositivo a diodo monolitico ad alta precisione capace di una lettura del colore compresa tra i 380 e i 780 nm. Il colore è stato fornito secondo chiavi di lettura normalmente utilizzate in colorimetria. Queste includono essenzialmente i valori caratteristici degli spazi di colore L, a, b, che identificano su un diagramma cartesiano tridimensionale l’esatta definizione del colore (sistema CIE-Lab, fig. 1)

In questo sistema:

–    (L) corrisponde al grado di luminosità dei colori (grado di bianco);

–    (a) rappresenta l’asse del rossoverde;

–    (b) rappresenta l’asse del giallo-blu.

Per la migliore accessibilità dell’area e per la costruzione dello spettrofotometro non specifica per l’odontoiatria, le misurazioni hanno riguardato solo alcuni elementi dentari e in particolare l’intero gruppo degli incisivi superiori (elementi 12, 11, 21, 22). Ogni seduta di valutazione ha previsto otto rilevazioni con lo spettrofotometro per ogni elemento dentario considerato, puntando il sensore sulla superficie vestibolare del dente, a circa 3 mm dal margine gengivale (fig. 2). Essendo infatti o spettrofotometro uno strumento molto sensibile, suscettibile anche di alterazioni del valore rilevato per lievi spostamenti sulla superficie del dente, si è scelto di aumentare il numero di rilevazioni a otto per ridurre il margine di errore sulle misurazioni, lavorando poi sui valori medi. A 7 e 14 giorni di ogni ciclo sono stati quindi rilevati PI, GI, SI, incluse una valutazione soggettiva di alterazione del gusto, effetto collaterale frequentemente associato alla clorexidina, e una del sapore del collutorio testato, oltre alle valutazioni con lo spettrofotometro. I pazienti sono stati infine invitati a non assumere a meno di un’ora prima o dopo gli sciacqui sostanze in grado di favorire la deposizione di pigmenti, come caffè, tè, vino rosso o fumo di sigaretta e comunque di segnalarne l’eventuale assunzione durante l’arco della giornata mediante un’apposita scheda da compilare. Tutti i dati, sia quelli clinici sia quelli derivati dallo spettrofotometro, sono stati raccolti da un singolo esaminatore in apposite cartelle e poi analizzati tramite un programma di analisi e foglio di calcolo. L’analisi statistica è stata eseguita tramite T-test di Student per dati non appaiati.

3. Risultati

Dopo i due cicli di sciacqui da 15 giorni, tutti i 30 pazienti selezionati hanno portato a termine lo studio. Non sono state infatti registrate interruzioni del protocollo, né ritardi nelle sedute di valutazione. I pazienti hanno mantenuto analoghi regimi alimentari nei due cicli cui sono stati sottoposti, senza differenze sostanziali soprattutto nell’assunzione delle sostanze pigmentanti che erano tenuti a registrare sull’apposita scheda consegnata. Nelle rilevazioni effettuate, i valori di Plaque Index e Gingival Index hanno mostrato un andamento analogo con entrambi i tipi di collutori (figg. 3, 4). In particolare è stato evidenziato nella maggior parte dei casi un progressivo accumulo di placca sulle superficie dentarie. La valutazione della quantità di placca con l’ausilio della sonda parodontale ha mostrato infatti un accumulo per lo più invisibile nella prima settimana (PI=0 o 1) e più visibile nella seconda (anche PI=2). Dai dati raccolti relativi a PI e GI non sono comunque emerse differenze statisticamente significative fra l’utilizzo del collutorio tradizionale e del collutorio con sistema ADS® per quanto concerne il controllo chimico della placca dentale. A conferma di questo, passando all’analisi del Gingival Index, nonostante l’accumulo di placca sopra descritto, non sono stati apprezzati particolari stati infiammatori gengivali, se non dei blandi arrossamenti gengivali a livello marginale in pochi soggetti (GI=1). Alla valutazione dello Stain Index (SI) i due collutori hanno mostrato invece risultati differenti nello sviluppo della pigmentazione dentaria (fig. 5). L’analisi relativa ai valori medi ha evidenziato infatti una minor tendenza alla pigmentazione delle superfici dentarie dopo i cicli di trattamento con collutorio dotato di sistema ADS® rispetto a quelli con collutorio di controllo. La differenza è risultata statisticamente significativa a 14 giorni di trattamento. Prendendo in considerazione (tabella I) l’entità di assunzione di sostanze pigmentanti (caffè, tè, fumo di sigaretta) dichiarata dai pazienti, emerge che differenze significative fra i due collutori testati sono più evidenti per assunzioni basse o moderate, mentre nei forti consumatori di caffè e sigarette la differenza a 14 giorni fra i due collutori risulta meno marcata (fig. 6), e in alcuni soggetti giunge anche alla perdita della significatività statistica (figg. 7-12). Tuttavia, anche quando quantitativamente l’entità dell’accumulo di pigmentazione era in questo caso (figg. 11, 12) più consistente, si è rilevata una colorazione più tenue (giallastra) nel trattamento con CHX + ADS, mentre era più intensa (scuro-brunastra) nel trattamento con la sola CHX, probabilmente per l’interazione comunque presente dello stesso ADS coi meccanismi di formazione delle macchie dentarie.

3.1 Valutazione cromatica

La valutazione cromatica eseguita con lo spettrofotometro ha generato un gran numero di dati, essendo noto che il colore fornito secondo la sistematica CIE-Lab viene scomposto in diverse componenti colorimetriche secondo il diagramma cartesiano L-a-b descritto in precedenza. Per ognuno di questi valori non è stata considerata una media dei valori riportati per i singoli pazienti, in quanto la definizione di ogni parametro CIE-Lab poteva variare molto da soggetto a soggetto. Molto più opportunamente è stata fatta una differenza dei valori riportati a 7 e 14 giorni con il valore registrato al baseline (Delta “L”, “a” o “b”). In seguito, di queste differenze (Delta) è stata calcolata una media, in modo da interpretare in che direzione sugli assi cartesiani del si-stema CIE-Lab si spostasse la definizione del colore dato dallo spettrofotometro. In particolare, per esempio per il valore “L”:

  •    ALpz (delta “L” per ogni paziente) = L7gg – L0 e poi L14gg – L0
  •    AL7gg-totale (delta “L” totale) =

media (ALpz! + ALpz2 + ALpz3 + -+ ALpz30) a 7 giorni

  •    AL14gg-totale (deltaLtotale)media (ALpz! + ALpz2 + ALpz3 + – +

ALpz30) a 14 giorni.

Analogo procedimento è stato fatto per i parametri Aa e Ab. Differenze non statisticamente significative sono emerse per l’analisi dei delta del parametro “L” (relativo alla luminosità o valore del colore). Poco sotto la significatività è risultato il parametro “a” (relativo allo spettro rosso-verde). Per quanto riguarda invece il parametro “b” (spettro giallo-blu), nei 14 giorni di sciacquo si nota una generale migrazione del valori Abtot verso la tonalità di giallo più intenso per tutti i pazienti, con una differenza statisticamente significativa fra i valori baseline e a 14 giorni per il collutorio tradizionale, mentre per il collutorio con ADS non si nota una differenza a 14 giorni statisticamente significativa. La tendenza della migrazione cromatica sul piano cartesiano CIE-Lab dei valori a e b medi dal baseline per i due gruppi è stata riportata nelle figure 13 e 14. Concludendo con le registrazioni soggettive, per la maggior parte dei pazienti il collutorio con la sola CHX è risultato essere più tollerato come sapore, con qualche riferimento a un bruciore generalizzato probabilmente riferibile al contenuto alcolico della formulazione scelta come controllo. Il collutorio con il sistema ADS® è stato definito da alcuni anche come “acidulo” o “amaro”, verosimilmente per la presenza nel sistema ADS® dell’acido ascorbico. Per quanto riguarda infine l’alterazione del gusto dopo l’utilizzo degli sciacqui, generalmente il problema è stato contenuto per entrambi i collutori, evidenziabile per lo più nella prima ora dallo sciacquo. Solo per alcuni soggetti del gruppo controllo (collutorio con la sola CHX) l’alterazione del gusto si è protratta per diverse ore dallo sciacquo.

4. Discussione e conclusioni

Alla luce di quanto raccolto e analizzato, si può affermare che il sistema antipigmentazione preso in analisi da questo studio (Anti Discoloration System, ADS®) e introdotto nella formulazione di un collutorio alla clorexidina, risulta essere efficacemente attivo nel contrastare l’insorgenza delle pigmentazioni dentarie, quando confrontato con un collutorio tradizionale con clorexidina in soluzione alcolica, una delle più utilizzate e testate in letteratura. Dai dati ricavati da questo studio, il sistema antipigmentazione ADS® non sembra probabilmente in grado di eliminare completamente le pigmentazioni dentarie. Tuttavia, analizzando semplicemente il grafico dello Stain Index (fig. 5), si osserva come l’entità della pigmentazione ottenuta dopo 14 giorni di utilizzo di collutorio ADS® si mantenga largamente sotto il valore 1 (pigmentazione scarsa), mentre per il collutorio tradizionale alla CHX con alcool si attestati fra il valore 1 e il valore 2 (pigmentazione evidente). Oltretutto, la differenza fra i due collutori risulta essere statisticamente significativa a favore dell’utilizzo del sistema ADS®. L’efficacia del sistema ADS® sembra essere influenzata dall’entità delle sostanze pigmentanti assunte con la dieta e dal vizio del fumo (tabella I). Quando l’assunzione soprattutto di caffè, tè o fumo corrisponde a quantità nulle, basse o non esageratamente elevate, l’utilizzo del sistema ADS® risulta statisticamente e visibilmente più vantaggioso. Nei soggetti in cui il consumo di queste sostanze è risultato molto elevato (> di 5 tazzine di tè o caffè e forti fumatori), la formazione delle macchie si è riscontrata in maniera evidente con entrambi i collutori (fig. 6). In questi pazienti è possibile infatti che l’elevata disponibilità di sostanze pigmentanti a livello del cavo orale superi quelle che sono le capacità del sistema ADS® nell’antagonizzare la reazione di Maillard e la denaturazione delle proteine, maggiori responsabili, appunto, della formazione delle pigmentazioni. L’attività del sistema di antipigmentazione sembra limitarsi in questo caso alla formazione di macchie dal colorito più giallo tenue, piuttosto che giallo scuro o brunastre come evidenziato nel trattamento con clorexidina tradizionale (figg. 11, 12). Da questi risultati si può ipotizzare che il maggiore effetto antipigmentazione del collutorio con ADS® si possa ottenere controllando con il paziente la quantità di sostanze pigmentanti introdotte con la dieta, comunicandogli prima del trattamento quelle che sono le sostanze più coinvolte nel processo di formazione delle macchie e identificando anche i soggetti che maggiormente possono essere predisposti al fenomeno. Fra questi, in particolare, ricordiamo i portatori di protesi mobili e di protesi fisse provvisorie, in quanto i materiali in resina acrilica utilizzati presentano una porosità intrinseca che tende anche ad accentuarsi nel tempo e che favorisce l’accumulo di macchie e placca. Altri soggetti a rischio per la formazione di macchie sono quelli che presentano malposizioni dentarie, portatori di apparecchi ortodontici fissi, di numerose ricostruzioni dentarie, specie se di vecchia data, e anche chi presenta superfici mucose come la lingua con cripte e pliche molto accentuate che facilitano l’accumulo dei pigmenti.

4.1 Rilevazioni con lo spettrofotometro

Per quanto riguarda le rilevazioni con lo spettrofotometro, i dati raccolti sono risultati poco significativi per i parametri legati alla luminosità (parametro “L”). La luminosità del dente è infatti legata a molteplici fattori, quali lo stato di idratazione, lo stato di irrorazione sanguigna pulpare o l’alimentazione con sostanze acide e potenzialmente “mordenzanti”, che possono alterare gli aspetti cromatici anche in poche ore. I parametri “a” e “b”, dei quali in verità solo “b” ha dato risultanze statisticamente significative, andrebbero tuttavia valutati, più che singolarmente, come coordinate cartesiane che vanno a identificare, insieme, un determinato colore nel sistema CIE-Lab (fig. 1). Partendo da un valore L, a, b di riferimento, corrispondente a un valore ottenuto dalla media delle registrazioni baseline dei 30 pazienti, sono stati rappresentati graficamente le tendenze di spostamento (“Delta”) sul piano cartesiano relativi ai parametri “a” e “b” per i due collutori. Così facendo, è stata evidenziata sul piano cartesiano una tendenza allo spostamento più verso le tonalità del marrone scuro per il gruppo CHX tradizionale con alcool, mentre verso tonalità più giallo-arancione scuro per il collutorio CHX-ADS® figg. 13, 14). Queste osservazioni sembrano confermare in maniera oggettiva e non dipendente dall’interpretazione dell’esaminatore quella che è per lo più un’osservazione clinica del colore di partenza rilevata dallo stesso operatore con lo Stain Index (SI). A conferma dei dati presentati, Bernardi et al. hanno pubblicato uno studio analogo su 15 pazienti sottoposti a due cicli di due differenti collutori, uno con ADS® e uno tradizionale con alcool disponibile commercialmente sul mercato italiano. Avvalendosi sempre di uno spettrofotometro per uso odontoiatrico, gli Autori hanno dimostrato anche in questo studio come l’entità delle pigmentazioni indotte da un collutorio con ADS® sia in questo caso significativamente inferiore rispetto a quelle rilevate dopo sciacqui con collutorio tradizionale. Sarebbe auspicabile ripetere la sperimentazione descritta in questo lavoro con uno strumento dedicato all’odontoiatria come quello di Bernardi et al., con impugnatura e puntali specifici, che possa dare il valore cromatico non tanto con il sistema CIE-Lab, purtroppo molto tecnico, ma piuttosto con valori di una normale scala cromatica da laboratorio odontoiatrico. Per esempio uno strumento utile potrebbe essere il sistema Vita-Shade 3D®, spettrofotometro che usa la comune scala dentale di laboratorio VITA®. In questo modo l’osservazione dell’operatore si accomunerebbe a un valore immediatamente disponibile per la realtà clinica dello studio.

4.2 Funzionalità e vitalità della placca

Arweiler et al. hanno pubblicato nel 2006 uno studio di valutazione su 21 pazienti sugli effetti del collutorio con sistema ADS® (Curasept 0,20% ADS®) sulla formazione e sulla vitalità della placca batterica, confrontandolo con lo stesso collutorio utilizzato in questo studio e con un collutorio placebo privo di principi attivi. Dopo 24 e 96 ore, gli Autori hanno rilevato il valore del Plaque Index (PI) ed eseguito dei prelievi di placca. I batteri sono stati quindi analizzati con tecniche di fluorescenza per evidenziarne la vitalità. Dopo i 4 giorni del periodo di studio, entrambi i collutori con clorexidina sono risultati superiori per efficacia al collutorio placebo, come era lecito aspettarsi da collutori contenenti una molecola come la clorexidina che è tuttora ritenuta il “gold standard” dell’antisepsi orale. Analizzando i soli collutori alla clorexidina, gli stessi Autori hanno evidenziato anche una relativa maggiore attività nell’inibizione della crescita e della vitalità di placca per il collutorio tradizionale con la sola CHX piuttosto che per il collutorio CHX + ADS®. Va sottolineato come nello studio di Arweiler et al. si evidenzia che il collutorio con la sola CHX contiene nella formulazione attualmente in commercio una non indifferente percentuale di alcool, a differenza del collutorio con CHX + ADS® che ne risulta privo, al pari di molti altri e diffusi preparati disponibili sul mercato (es. Dentosan® o Clorexidina Oral-B®). Non viene escluso dagli Autori che sia proprio la presenza dell’alcool nella soluzione antisettica la responsabile della maggiore riduzione dello stato di vitalità e della formazione della placca batterica, essendo l’alcool utilizzato anche come potente disinfettante per la sua attività sulle pareti cellulari. D’altra parte, anche Herrera et al. nel 2003 in uno studio in vitro su quattro differenti collutori alla clorexidina 0,12% hanno rilevato differenze in termini di attività antibatterica per collutori con alcool rispetto alla formulazione senza alcool, ma questo non ha portato gli Autori citati alla conclusione che quest’ultimo possa risultare meno efficace dal punto di vista clinico. Dubbio sarebbe anche il significato clinico dell’eventuale riduzione dell’attività sulla vitalità batterica. Infatti, non è possibile affermare che questo si tradurrebbe con una riduzione dell’efficacia clinica dei collutori alla clorexidina senza alcool. A conferma di questo, Leyes Borrajo et al. nel 2002 hanno confrontato in vivo un collutorio con alcool e un collutorio privo di alcool senza rilevare differenze nell’efficacia e nelle possibilità d’utilizzo. E inoltre, Bascones et al. identificano clinicamente i collutori senza alcool come ugualmente efficaci a quelli con alcool, rispetto ai quali potrebbero però essere utilizzati anche quando il collutorio con alcool sarebbe sconsigliato, come nel caso dei pazienti alcolisti. Data comunque l’esiguità del periodo di osservazione del campione riferito da Arweiler et al. costituito da soli 4 giorni per ogni ciclo, si ritiene che questo rimanga un aspetto da rivalutare con uno studio prolungato e con un periodo di osservazione superiore o quantomeno similare alla maggior parte delle prescrizioni cliniche (7-14 giorni di sciacquo). Inoltre, molto rimane da investigare sulla possibilità che la presenza di alcool nei collutori possa essere collegato a una maggiore incidenza di gravi patologie come il carcinoma orale. Ancora oggi infatti la letteratura internazionale esprime pareri discordanti. Arweiler et al. hanno anche ipotizzato che il sistema ADS® potesse influenzare negativamente l’efficacia della clorexidina, inibendone l’azione sulla placca batterica. Però, come già suggerito dagli stessi Autori, questa riduzione di attività potrebbe essere invece legato all’assenza dell’alcool nella formulazione. In realtà infatti, l’efficacia clinica del collutorio con CHX+ADS® sembra invece confermata anche dai dati relativi a Plaque Index (PI) e Gingival Index (GI) presentati nei grafici di figura 3 e 4. Come risulta, i valori medi ottenuti sui 30 pazienti di questo studio non mostrano differenze statisticamente significative fra i due tipi di collutori, sia in termini di placca accumulata sia in termini di infiammazione gengivale evidenziabile. Dopo i 14 giorni di sospensione dalle manovre di igiene orale, senza un collutorio realmente efficace sulla placca batterica, non sarebbero stati verificati valori come quelli riportati in questo studio per entrambi i collutori. I dati confermano che l’aggiunta del sistema ADS® a un collutorio contenente clorexidina non comprometterebbe in alcun modo l’azione del principio attivo in termini di efficacia clinica. Questo concorda sia con i dati clinici pubblicati da Bernardi et al. descritti in precedenza sia con i dati in vitro di Addy et al.. Proprio Addy et al., utilizzando sempre le formulazioni utilizzate in questo studio e da Arweiler et al., evidenziano al contrario dello stesso Arweiler come il collutorio con ADS abbia un’azione in vitro del tutto simile e paragonabile a quella di un collutorio tradizionale con alcool, pur rimanendo questi Autori critici sull’efficacia del sistema ADS® stesso, che nel test in vitro sembra non dare risultati significativi in termini di riduzione delle pigmentazioni. Ancora, Basso et al. in un altro studio che ha confrontato il collutorio con CHX e ADS® con un collutorio con identica formulazione del precedente, preparato dallo stesso laboratorio farmaceutico, ma privo del solo sistema ADS®, ha dimostrato dopo 14 giorni un’efficacia analoga dei due preparati su placca e infiammazione gengivale, evidenziando clinicamente i vantaggi sulla formazione delle macchie per il sistema ADS®, proprio come indicato da Bernardi et al. Anche un recente studio in triplo cieco condotto da Cortellini et al. conferma queste ultime considerazioni, evidenziando sia l’efficacia del sistema ADS, sia della clorexidina quando associata a questo principio brevettato. Nei 48 pazienti sottoposti a chirurgia parodontale infatti, gli Autori rilevarono che quelli trattati con CHX+ADS mostravano già a 7 giorni meno pigmentazioni rispetto a quelli che ricevevano una comune clorexidina, evidenziando comunque una uguale efficacia antiplacca per entrambi i collutori. Dall’analisi delle schede compilate dai pazienti, poche conclusioni si possono trarre sull’alterazione del senso del gusto, evento poco frequente in questo studio per entrambi i collutori: quando presente, avveniva spesso a breve distanza dallo sciacquo (circa un’ora), raramente a maggiore distanza, soprattutto nei confronti di sostanze salate. D’altra parte, l’alterazione del gusto è una delle evenienze più frequenti per i collutori con clorexidina, anche se le più recenti formulazioni introdotte da molti produttori sul mercato sembrano presentare sempre meno il fenomeno.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.