Dentale…comparto che ancora regge bene!

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Comparto economico che comprende l’odontoiatria e l’odontotecnica, quello che in gergo tutti chiamiamo “il dentale”, ha dimostrato in questi anni di difficoltà prima, crisi e recessione dopo, di saper reggere bene agli urti del mercato.

Ogni attore della filiera è riuscito a restare a galla senza dubbio grazie alle proprie capacità, ma sono anche le caratteristiche di funzionamento dello stesso comparto ad aver permesso di reggere fino ad ora ad aziende, distributori, dentisti e odontotecnici. Con forse un’eccezione solo per questi ultimi: in molti pensano che per questa categoria la crisi non stia tanto nel momento economico del Paese ma nel profondo cambiamento del contenuto lavorativo, con tanti bravissimi artigiani messi in difficoltà dalle nuove tecnologie e incapaci di restare sul mercato. Un mercato che ha sancito l’addio del rapporto 1 a 1 tra dentista e odontotecnico che ha imperato per non so quanti anni.

Il comparto ha retto, dunque, ma non senza pagare dazio in termini di fatturato e utile. Per tutti. La chiave di lettura in senso positivo viene però dal paragone con gli altri ambiti professionali e gli altri settori dell’economia, che hanno visto aziende chiudere dalla sera alla mattina (o durante le vacanze estive…), professionisti altamente qualificati perdere il lavoro senza più nessuna chance di rientrare nel mercato e una collezione di difficoltà lavorative di cui è piena la cronaca degli ultimi anni. Non è successo nel dentale.

Le aziende produttrici hanno tenuto incrementando l’export – che ha quasi compensato la perdita di fatturato sul mercato interno – aiutate comunque sempre dalla natura diretta del rapporto economico con l’odontoiatra. Molte aziende del dentale infatti vendono i loro prodotti direttamente all’utilizzatore finale, senza mediatori. Ottengono così un pagamento in tempi rapidi e non passa molto dalla fase produttiva a quella della vendita: producono, vendono e incassano in un arco di tempo contenuto. Non funziona così in tutti settori del medicale: pensiamo ad esempio ai produttori di protesi ortopediche, i cui clienti sono gli ospedali, spesso pubblici, con tempi di pagamento e dinamiche d’acquisto che quasi sfuggono alle regole del mercato.

Di studi dentistici che hanno chiuso non c’è quasi traccia (ad Aio risultano quattro casi relativi a dentisti di 55-60 anni e ad Andi nessuno). Certo in molti hanno visto contrarre il proprio fatturato fino a livelli di mera sopravvivenza dello studio, decidendo magari di rinunciare per un certo periodo agli emolumenti pur di mantenere intatta la squadra di lavoro, i dipendenti “storici” dello studio, che insieme al titolare ne hanno decretato il successo in un passato non così lontano. L’impossibilità da parte dei pazienti di rimandare le cure all’infinito ha permesso di arrivare fin qui senza troppi danni.

Ora però il cristallizzarsi di questa situazione economica e il cambiamento sociale (e nelle abitudini di consumo delle persone) stanno spingendo verso nuovi modelli, che si allontanano a passo spedito dal buon vecchio studio monoprofessionale. Forse questo cambiamento, che già tutti osserviamo, non sarà spietato con chi ha qualche anno di servizio in più; forse non obbligherà l’odontoiatra prossimo alla pensione a chiudere in anticipo l’attività. Ma sicuramente plasmerà la vita professionale di chi oggi ha meno di quarant’anni. Ai sindacati e all’Ordine il compito di affiancarli nelle incertezze che ogni cambiamento di modello si porta dietro1

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