I danni provocati dai piercing (parte 1)

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odontoiatra.it, piercing orale
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Il termine “piercing” indica una pratica eseguita al fine di inserire un monile in un sito forato nella cute tramite aghi, generalmente senza anestesia. Tale abitudine ornamentale già diffusa in antiche popolazioni e associata a un simbolismo religioso, tribale, culturale o sessuale attualmente si dimostra estremamente popolare nei Paesi industrializzati. Le ragioni che inducono in particolar modo i teenager e i giovani adulti a farsi praticare un piercing sono molteplici: dalla volontà di esprimere la propria individualità a un semplice desiderio; alcuni
soggetti lo considerano una prova di audacia e sopportazione del dolore o una forma di provocazione e sfida alla società, altri solo una moda. Esistono piercing di differenti forme da posizionare nelle diverse parti del corpo e in particolare a livello orale. I monili sono realizzati con materiali ipoallergenici e non tossici come per esempio l’oro 14 o 18 K, il titanio, l’acciaio inossidabile o l’acrilico. Diversi autori hanno riportato l’insorgenza di conseguenze indesiderate in seguito all’esecuzione del foro per il piercing oppure dovute alla costante presenza di questi monili a livello orale e periorale. Lo scopo del presente lavoro consiste nell’illustrare le principali complicanze locali e sistemiche collegate al piercing orale e nel descrivere il ruolo dell’odontoiatra e dell’igienista dentale nella cura, istruzione e motivazione all’igiene orale del paziente che lo presenta. Si sottolinea inoltre come queste figure siano fondamentali nella prevenzione e nel trattamento delle più comuni infezioni che si associano al piercing soprattutto in precarie condizioni di igiene orale. È stata effettuata una revisione sistematica della letteratura mediante la banca dati Medline (www.ncbi.nlm.nih.gov/ pubmed). Per condurre la ricerca sono state utilizzate le seguenti parole chiave: “oral piercing” (piercing orale), “piercing and complications” (piercing e complicanze), “piercing and hygiene” (piercing e igiene).
Tra gli articoli trovati sono stati selezionati quelli pubblicati tra il 1988 e il 2012. Si sono considerati lavori originali, review e case-report, in forma sia di abstract sia di testo completo. Sono stati quindi esaminati i lavori relativi alla pratica del piercing orale e alle sue potenziali ripercussioni cliniche e quelli dedicati specificamente al ruolo dell’odontoiatra e dell’igienista nell’ambito della prevenzione, per un totale di 50 articoli. I piercing che vengono più frequentemente applicati nell’area orale e periorale sono il captive-bead ring, il labret e il barbell. Il captive-bead ring è un anello aperto alle cui estremità si avvita una sfera metallica; è molto utilizzato come primo piercing in zona labiale in quanto è facile da mantenere pulito e non aggrava un eventuale edema iniziale. Il labret è una barra metallica di sezione tonda e di lunghezza variabile che presenta a un’estremità un disco metallico fisso e all’estremità opposta una sfera o una punta svitabile che consente l’inserimento e il disinserimento del monile. Attualmente è molto diffuso per i piercing linguali dorsoventrali e in zona perilabiale. Il barbell, infine, si differenzia dal labret per la forma sferica dell’estremità fissa.
I siti prediletti per l’esecuzione del piercing a livello orale sono labbra e lingua, seguite da guance, ugola e frenulo linguale.
Il piercing labiale è generalmente applicato sul labbro inferiore in prossimità della commessura labiale o nell’incavo situato tra labbra e mento al di sotto del bordo vermiglio.
Il piercing linguale può essere dorso-ventrale o dorso-laterale. Il primo attraversa tutto lo spessore della lingua dal dorso al ventre, riducendo il rischio di lesioni ai vasi maggiori; il secondo presenta entrambe le estremità del monile sul dorso della lingua. Più raramente il piercing linguale è posizionato a livello del frenulo sul piano orizzontale. Il continuo movimento della lingua si traduce in un tempo di guarigione tissutale maggiore rispetto ad altri siti del cavo orale, compreso fra le 4 e le 6 settimane. Il piercing sulla guancia è generalmente inserito a livello delle fossette e dovrebbe essere sempre anteriore al primo molare per minimizzare il rischio di lesioni al dotto di Stenone, che si apre nel vestibolo in corrispondenza del secondo molare superiore. Poco diffusa è l’applicazione del piercing a livello dell’ugola a causa della maggiore difficoltà nell’esecuzione e nel posizionamento del monile, nonché del maggiore rischio di ingestione.
Uno studio di Boardman et al. sostiene che, dal punto di vista statistico, il piercing sulle guance sia più frequentemente associato a complicanze rispetto al piercing linguale, tuttavia queste non presentano necessariamente una gravità superiore. Il piercing linguale dorso-laterale è quello che comporta un maggior pericolo per l’innervazione e la vascolarizzazione della lingua; esso può danneggiare un vaso sanguigno, con importante sanguinamento e aumento del rischio di infezione. Pertanto, i “piercers” professionisti non lo praticano. Nel 1998 il Ministero della Salute ha emanato le linee guida per dar luogo a corsi regionali a livello locale per tatuatori e piercer, ma solo alcune Regioni tra cui Lazio (primo corso di abilitazione febbraio 2000) e Piemonte (DPGR maggio 2003) hanno accolto l’invito ministeriale
organizzando corsi della durata di 3 mesi abilitanti all’attività. Scopo di questi corsi è impartire le fondamentali regole tecnico-sanitarie e le nozioni fondamentali sia sulla trasmissione delle malattie attraverso il sangue sia sul rischio di reazioni di tipo tossico e/o allergico.
La normativa italiana prevede che il monile sia in acciaio inossidabile e di forma e dimensione adeguate all’anatomia della zona prescelta.
In Italia il paziente intenzionato a farsi praticare un piercing a livello del cavo orale deve rivolgersi a un professionista abilitato all’esercizio di tale attività; quest’ultimo deve essere competente e utilizzare strumenti sterili, rispettando le norme per il controllo della trasmissione degli agenti patogeni.

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