Il diabete e la parodontite

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odontoiatra.ti, malattia parodontale
odontoiatra.ti, malattia parodontale

A cavallo tra l’odontoiatria e la diabetologia, il legame tra parodontite e diabete è tra i più studiati, ma non si è ancora tradotto in una vera e fattiva collaborazione tra gli specialisti del dismetabolismo glucidico e gli odontoiatri a fronte di quello che resta l’obiettivo primario imposto dal diabete – il controllo accurato e costante della glicemia e della possibilità che il trattamento adeguato dei problemi parodontali consenta realmente di ridurre i valori glicemici e favorisca il raggiungimento di un assetto metabolico stabile nel tempo.
A riportare in particolare quest’ultimo aspetto d’attualità è un recente studio pubblicato sulla Cochrane Library a cura di un gruppo di ricerca dell’Edinburgh Dentai Institute all’Università di Edimburgo in collaborazione con colleghi della Peninsula Dentai School di Plymouth, dell’Università di Ottawa e dell’UCL Eastman Dentai Institute di Londra (Sim- pson TC, et al: Treatment of periodontal disease for glycae- mic control in people with diabetes.
Cochrane Database of Systematic Reviews. Volume 5, 2010): a conclusione di una metanalisi condotta su una serie di trial, gli autori affermano che il trattamento adeguato di gravi patologie del parodonto in pazienti affetti da diabete di tipo 2 consente di ridurre i livelli di glicemia e migliorare il controllo metabolico.
Una correlazione allo studio da tempo. Ma facciamo un passo indietro, ripercorrendo nei suoi punti essenziali il rapporto tra parodontite e diabete. Secondo molti studi pubblicati negli ultimi decenni, il diabetico presenta probabilità più elevate di chi non è affetto dalla malattia di andare incontro a problemi di gengivite e di parodontite.
Da parte sua, la parodontite grave sembra in grado di influenzare negativamente il controllo glicemico. In ogni caso, il rischio per un diabetico adulto di ammalare di parodontite viene stimato da due a tre volte superiore a quello che corre chi non ha il diabete e può arrivare fino a cinque volte negli adolescenti.
A loro volta, le gravide affette da diabete presentano un rischio di parodontite di oltre nove volte superiore rispetto alle future mamme non diabetiche. Più esposti al rischio sono i diabetici con un controllo glicemico non accurato, che soffrono più spesso di gengivite e parodontite e con forme più gravi rispetto a chi non è diabetico. E questa associazione è tanto frequente che alcuni esperti non hanno esitato a definire la parodontite “la sesta complicanza del diabete stesso”. Non risultano chiari sono invece i meccanismi che presiedono a questo legame, a parte l’alterata risposta infiammatoria che si riscontra frequentemente nei diabetici.L’ipotesi più accreditata è che l’associazione diabete-parodontite presenti un andamento bidirezionale e che il controllo dei biofilm orali e dei fattori infiammatori che ne derivano possa contribuire a migliorare l’assetto glicemico: alcune citochine proinfiammatorie prodotte nei siti colpiti da parodontite, quali IL-6 e TNF-alfa, sarebbero in grado infatti di favorire l’insulino-resistenza.Dal punto di vista metabolico vale la pena di ribadire che per il diabetico il controllo adeguato della glicemia rappresenta il principale scudo di fronte alle complicanze della malattia. alimentate da stati iperglicemici protratti (reti- nopatia, neuropatie periferiche, patologie cerebrocardiovascolari, disfunzione renale). Giusto per farsi un’idea dell’importanza dei valori glicemici basti sapere che nello studio United King- dom Prospective Diabetes Survey ogni riduzione pari all’uno per cento dell’H- bA1c (l’emoglobina glicata) si accompagnava a una riduzione del rischio del 21 per cento dei decessi legati al diabete, del 14 per cento degli infarti, del 37 per cento delle complicanze microvascolari. E’ insomma evidente che se l’ipotesi di un effetto diretto del trattamento parodontale sul controllo della glicemia è valida, porta con sè implicazioni di notevole portata. Quanto meno, i problemi del parodonto potrebbero rappresentare un ulteriore fattore da considerare negli studi sul controllo glicemico. Oppure, il trattamento di questi problemi rappresenterebbe un sistema semplice ed efficace per migliorare il controllo metabolico.Sono stati analizzati una serie di trial randomizzati e controllati riguardanti pazienti affetti da diabete di tipo 1 o diabete di tipo 2 cui erano stati anche diagnosticati problemi parodontali. La valutazione iniziale ha compreso anche i database telematici e riguardato in totale 690 lavori da cui ne sono stati approfonditi sette che rispondevano ai criteri preliminari di inclusione della review. Gli studi selezionati per l’approfondimento riguardavano un totale di 244 pazienti di età superiore ai sedici anni.I risultati, come accennato, confermano che il trattamento parodontale è in grado di ridurre la glice- mia nel diabete di tipo 2, mentre i dati non sono sufficienti a far affermare un analogo beneficio per il diabete di tipo 1. Per maggiore precisione, lo studio anglocanadese ha fatto emergere che l’adeguato trattamento parodontale comporta di per sè una riduzione dello 0.4 per cento dell’HbAlc. Non è poco, alla luce dei dati già esposti e della considerazione che nella popolazione generale (quella cioè in cui i diabetici sono solo una minima parte) una riduzione dello 0,2 per cento si accompagna a una riduzione della mortalità del 10 per cento. Effetto positivo anche sulle complicanze Ribadito che si ritiene che le infezioni batteriche che accompagnano i problemi parodontali siano in grado dì determinare uno stato infiammatorio locale che si riflette sull’organismo con una serie di modificazioni biochimiche che interferiscono con l’efficienza dell’insulina, rendendo più problematico il controllo della glicemia, questi risultati richiamano l’attenzione su un aspetto piuttosto trascurato: il rapporto cioè tra il trattamento delle patologie parodontalì e il controllo glìcemìco. Lo studio va anche oltre, sottolineando che l’impatto positivo sur pazienti affetti da diabete di tipo 2 contribuisce in modo significativo alla riduzione del rischio delle complicanze del diabete, come i problemi del visus e le patologie cardiovascolari.Uno degli autori, Terry Simpson dell’Edinburgh Dentai Institute, sottolinea: «I risultati della revìew affermano che sarebbe opportuno spiegare ai pazienti il rapporto positivo tra il trattamento parodontale e la riduzione dei valori della glicemia e sarebbe il caso di inserire una valutazione periodica delle loro condizioni orali nei controlli di routine previsti dalla gestione del diabete». Da parte sua David Mo- les, docente della scuola di specializzazione della Pe-nipsula Dentai School di Plymouth, aggiunge: «In questo studio abbiamo contribuito a confermare un nesso tra il trattamento delle patologie gengivari e la riduzione delia glicemia nei pazienti affetti da diabete di tipo 2.Adesso questo aspetto va approfondito in appositi trial randomizzati di dimensioni più vaste che consentano di approfondire il trattamento parodontale e i suoi risultati a lungo termine nei diabetici, valutando al contempo la possibilità di abbinare questo approccio al trattamento standard delia patologia diabetica, nell’ambito di una più stretta ed efficiente collaborazione tra i diabetologi e i dentisti».
Gli autori, nel lavoro Co-chrane sottolineano un ulteriore aspetto altrettanto fondamentale. Come già avviene oggi, l’approccio al diabete conta su un team multidisciplinare cui si deve probabilmente aggiungere la consulenza odontoiatrica. Ciò che resta fondamentale è una comunicazione interdisciplinare che tenga nel debito conto i possibili effetti dei problemi del parodonto sulla gestione del diabete e delle sue complicanze. Certo, intervenire anche su questo aspetto con la conseguente adozione da parte del paziente di abitudini igieniche congrue anche sul distretto orale senta malattia parodontale, ipertensione, ipercoleste- rolemia e familiarità per il diabete avrebbe dal 27 al 53 per cento di possibilità di essere a sua volta diabetico. Le indicazioni per gli ulteriori approfondimenti. Gli autori della revisione Coehrane ammettendo essi stessi la necessità di condurre ulteriori studi che confermino i risvolti positivi del trattamento parodontale sul controllo del diabete di tipo 2 suggeriscono le caratteristiche ideali che dovrebbero avere gli approfondimenti, con un approccio a due fasi. Prima di tutto un numero limitato di di studi randomizzati controllati sull’impatto del trattamento parodontale sul controllo glicemico, sottolinando che non sarebbe etico prevedere un gruppo di controllo senza trattamento, ma sarebbe più opportuno procedere con il trattamento abituale per tre mesi e poi intervenire all’aggravarsi dei problemi del parodonto. Ogni studio dovrebbe essere sufficiente- mente ampio da dimostrare una differenza significativa, basandosi sui trial già esaminati come riferimento. La definizione di malattia parodontale dovrebbe essere chiara e incontrovertibile, cosi come la descrizione di parametri come l’età, la durata, i farmaci assunti, le complicanze allo scopo di ridurre al minimo i fattori confondenti. Le indagini dovranno inoltre riguardare sia il diabete di tipo 1 sia il diabete di tipo 2, mettendo in evidenza discordanze e analogie. Nella seconda fase, sere evidenze confermassero chiaramente un significativo beneficio clinico, ulteriori trial sì dovrebbero condurre in sede di comunità, prevedendo la collaborazione tra medici e dentisti. In questo caso gli schemi degli approfondimenti possono variare in base alle risposte da cercare. che possono andare dal controllo glicemico alla qualità della vita e alla possibilità di prevenire le complicanze del diabete, senza sottovalutare i risvolti economici.

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