Il ruolo dei probiotici nella prevenzione delle pigmentazioni del cavo orale

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odontoiatra.it, probiotici
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Il termine “probiotico” significa “a favore della vita”. La prima osservazione sul molo positivo dei probiotici nell’organismo umano risale al tempo degli antichi Romani, come testimonia Plinio il Vecchio nella Naturalis historia. Anche nel Vecchio Testamento si riporta che Abramo avesse avuto una lunga vita in seguito al consumo di latte acido. Tali sostanze non vengono più citate fino agli inizi del Novecento quando Elia Metchnikoff evidenzia Pazione positiva di questi prodotti sulla flora intestinale umana.Il concetto di probiotico, dalla teoria di Metchnikoff, andò evolvendo e divenne noto alla comunità scientifica a partire dal 1965 quando Lilly et al. usano per la prima volta il termine “probiotici.” per descrivere “sostanze secrete da un microrganismo che stimola lo sviluppo di un altro”. Dieci anni dopo, e precisamente nel 1974, Parker definisce i probiotici come “microrganismi e sostanze che contribuiscono al bilancio microbico intestinale”. Nel 1989 il ricercatore inglese Fuller rinforza il concetto di azione probiotica diretta sulla microflora intestinale affermando che “il probiotico è un alimento microbico vivo integrativo che influenza favorevolmente la salute dell’ospite, migliorandone l’equilibrio microbiologico intestinale”. Marteau et al.  nel 2002 considerano il probiotico “un preparato di cellule microbiche, o componenti di cellule microbiche, che hanno effetti benefici sulla salute e il benessere” e nello stesso anno i probiotici vengono definiti dalla commissione congiunta Food and Agricolture Organization-World Health Organization (FAO-WHO) “microrganismi vivi, principalmente batteri, sicuri per l’uomo, che quando somministrati in adeguata quantità conferiscono un effetto benefico sulla salute dell’ospite”. Recenti studi hanno dimostrato l’efficacia dei probiotici nel trattamento di alcune malattie sistemiche che interessano il tratto gastrointestinale, quali il morbo di Crohn. L’azione di un probiotico è quella di arrivare vivo e vitale nell’intestino, di replicarsi rapidamente e, una volta diventato numericamente importante (> 108-10UFC/g), cioè dopo aver colonizzato l’epitelio intestinale, esercitare, tramite il proprio metabolismo, un effetto benefico per l’organismo umano.

IL RUOLO DEI PROBIOTICI NELLA SALUTE ORALE

Le specie probiotiche maggiormente riscontrate nella saliva umana sono: Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus casei, Lactobacillus fermentimi, Lactobacillus plantarum, Lactobacillus rhamnosusLactobacillus salivarius. Weissella cibaria è un Gram-positivo anaerobio facoltativo classificato nel genere Lactobacillus. Esso è presente nei cibi fermentati, agisce contro i batteri Gram-positivi secernen-do quantità significative di perossido di idrogeno, è in grado di co-aggregarsi con il Fusobacterium nucleatum e di aderire alle cellule epiteliali, colonizzando così il cavo orale e limitando la proliferazione delle specie patogene. Da studi condotti su L. paracasei e L. rhamnosus emerge che tali batteri presentano elevata capacità nelTopporsi a specie patogene come S. mutans e P. gingivcilis, importanti agenti eziologici di carie e parodontopatie. Oltre a essere stati dimostrati gli effetti benefici dell’utilizzo dei probiotici in presenza di episodi acuti di otite e farin-gotonsillite, diversi studi attribuiscono a queste sostanze un effetto significativo anche sulle infezioni del cavo orale. Sono stati effettuati diversi studi e ricerche sull’utilizzo dei probiotici per interferire e ostacolare la colonizzazione batterica da parte dei patogeni cariogenetici. Numerosi trattamenti sono ancora sotto osservazione, ma i risultati finora ottenuti momento sono incoraggianti. I primi studi sono stati condotti somministrando latte o formaggio addizionati con probiotici del ceppo L. rhamnous GG. Hatakka et al. hanno evidenziato una diminuzione nella saliva del gruppo test del livello di S. mutans, ma non si è riscontrata una significativa riduzione della prevalenza di carie tra il gruppo test e il gruppo controllo. Altri studi, di durata inferiore (3 settimane), nei quali viene utilizzato formaggio anziché latte addizionato con probiotico L. rhamnous GG (1,9 x io7 UFC/111L), evidenziano risultati simili con riduzione dei livelli di S. mutans. Occorre segnalare la necessità di prolungare il tempo di trattamento affinché il probiotico colonizzi efficacemente le superfici e le mucose del cavo orale. Oltre a L. rhamnous GG, un altro ceppo esaminato per gli effetti sulla prevenzione della carie è L. reuteri. Si tratta di un lactobacillo residente nel tratto gastrointestinale dell’uomo che produce composti come reuterina e reutericiclina, idrosolubili, con attività antimicrobica ad ampio spettro, resistenza a enzimi proteolitici e lipolitici e con capacità di mantenere bassi valori di pH. Gli effetti di L. reuteri sui livelli salivari di S. mutans sono stati studiati nel 2006 da Caglar et al. Lo studio è stato condotto valutando sia gli effetti di L. reuteri ATTCC 55730 (ceppo di reuteri purificato e selezionato) sui livelli di S. mutans e di lactobacilli nella saliva di giovani adulti sia il metodo di somministrazione. I risultati hanno evidenziato la riduzione significativa dei livelli di S. mutans nei pazienti che avevano assunto il probiotico in gocce o tavolette. Oltre ai lactobacilli, anche i bifidobatteri sono comunemente utilizzati come probiotici per migliorare il bilanciamento del microbiota intestinale. Caglar et al. hanno valutato come il consumo di yogurt contenente bifidobatteri possa influenzare i livelli salivari di S. mutans e di lactobacilli in pazienti giovani adulti. I dati raccolti hanno dimostrato che durante il periodo in cui veniva consumato lo yogurt contenente bifidobacterio si aveva un decremento significativo, anche se basso, di S. mutans in contrasto con la conta dei lactobacilli che invece rimaneva inalterata. Lo scopo dell’utilizzo dei probiotici, sia nella prevenzione delle patologie del tratto gastrointestinale sia per il trattamento delle infezioni del tratto oro-faringeo, quali otiti acute e faringotonsilliti, è quello del rimpiazzo (“replacement”) delle superfici colonizzabili con microrganismi probiotici anziché con patogeni responsabili della malattia. I batteri produttori di acido lattico rivestono notevole interesse per la salute del cavo orale come conseguenza della loro cariogenicità. La condizione che si crea a pH acido è in grado di dissolvere i tessuti duri in particolar modo mandando in soluzione l’idrossiapatite dello smalto e della dentina. Tuttavia è stato dimostrato che, a differenza di S. mutans, i lactobacilli potrebbero essere responsabili della progressione del processo carioso anziché dell’inizio della lesione cariosa dimostrando quindi una differente capacità cariogenetica. Diversi ceppi di lactobacillli sono presenti nel cavo orale, ma non sono ancora note quelli con proprietà inibitorie nei confronti dei batteri cariogenetici. So-okkliee et al. sono riusciti a isolare 3.790 batteri produttori di acido lattico dal cavo orale sano di 130 volontari. Questi ceppi sono stati analizzati in base alla loro capacità di inibire la crescita, su terreno di coltura agar, di diverse specie patogene come S. mutans, A. viscosus, ma anche P. gingivalis e Candida albicans. Sono stati isolati solo cinque lactobacil-li orali che presentano la caratteristica di produrre sostanze antimicrobiche in grado di inibire la crescita dei patogeni. I ceppi maggiormente dotati di questa proprietà antimicrobica risultano essere L. paracasei e L. rhamnosus, questuiti-mo conosciuto come probiotico gastrointestinale. Il metodo di somministrazione dei probiotici può influenzare il loro potenziale cariogenetico e la colonizzazione orale. La metodologia di somministrazione più diffusa dei batteri lattici è quella che utilizza prodotti a base di latte (bevande con fermenti lattici, yogurt o formaggi). Nel latte sono presenti calcio, lattato di calcio e altri composti organici e inorganici che sono anticariogenetici e riducono la presenza di patogeni; inoltre, avendo capacità tampone, può diminuire la produzione di acidi. Generalmente i lactobacilli si attaccano debolmente alle superfici, tuttavia sono frequentemente isolati nei siti ritentivi della cavità orale. Apparentemente i lactobacilli probiotici non colonizzano in modo permanete il cavo orale, infatti una volta terminato il trattamento con il probiotico, il batterio viene sradicato dalla cavità orale. Per questo motivo per mantenerne l’effetto probiotico risulta necessario ripetere l’applicazione. Hillman et al. hanno isolato nel cavo orale di soggetti sani una varietà di S. mutans in grado di produrre una batteriocina, chiamata mutacina 1140, capace di debellare virtualmente tutti gli altri ceppi di Streptococcus mutans verso i quali è stata testata. Di conseguenza un ceppo di S. mutans denominato JH1140, che aveva avuto una mutazione spontanea dalla quale era risultata una produzione tripla di mutacina 1140, ha portato alla costruzione di un ceppo utilizzabile per l’attività clinica come terapia di rimpiazzo o sostituzione (“replacement therapy”) dei batteri responsabili della carie. Hillman et al. hanno recentemente selezionato una mutazione del ceppo BCS3-L1 da testare per la salute in un trial su umani. Altri studi hanno dimostrato l’efficacia dei probiotici nei pazienti affetti da malattia parodontale. La terapia paro-dontale si realizza principalmente nella riduzione della minaccia di specie batteriche patogene con il debridement sottogengivale, eventualmente accompagnato da chirurgia per ridurre la profondità delle tasche parodontali, in combinazione con un miglioramento dell’igiene orale domiciliare. Essendo tuttavia difficoltosi sia il mantenimento degli effetti della terapia parodontale a lungo termine sia il trattamento del biofilm adeso alla superficie dei denti e delle mucose anche attraverso l’ausilio di antibiotici o antisettici (ad azione locale o sistemica), attualmente si sta focalizzando l’attenzione sul terzo fattore eziologico causa di infiammazione parodontale ovvero la carenza di batteri benefici. Dal punto di vista teorico, ristabilire la giusta quantità di batteri benefici attraverso la somministrazione di probiotici può essere considerata una tattica interessante, in quanto questi non solo sopprimono la crescita e l’emergere dei patogeni endogeni ma prevengono la superinfezione attraverso patogeni esogeni e possono conferire protezione attraverso la promozione di risposte efficaci da parte dell’ospite. L’utilizzo della terapia con probiotici nel trattamento della malattia parodontale viene definita “replacement therapy” e uno dei primi ricercatori a interessarsi di questa innovativa strategia fu Socransky nel 1970 insieme al suo gruppo di ricerca. Egli notò che campioni di placca di pazienti sani contenevano microrganismi che avrebbero potuto essere in grado di inibire la crescita di Actinobacillus actinomycetemcomitans, recentemente riclassificato come Aggregcitibcicter acti-nomycetemconitans, e di altri parodontopatogeni. Questi microrganismi inibenti furono identificati in S. sanguis e S. uberis, e la base per l’inibizione della crescita di A. actinomycetemcomitans nella loro produzione di perossido d’idrogeno. Dopo tali scoperte non vennero svolte ulteriori ricerche sui probiotici e si è dovuto aspettare fino all’inizio del XXI secolo per riscontrare un recupero dell’apprezzamento dei batteri benefici e per il loro impiego nella prevenzione e nel trattamento della malattia parodontale. Studi e ricerche sono stati ripresi inizialmente in Giappone con l’utilizzo di un ceppo di lattobacillo, L. saliuarius TI 2711, isolato nella saliva di pazienti in salute. Si è verificata in vitro una diminuzione di diversi batteri parodontopatogeni, mentre in vivo due differenti studi condotti con un gruppo test e un gruppo controllo hanno riportato livelli di sanguinamento al sondaggio (Bleeding 011 Probing, BOP) e parametri clinici migliorati, anche se sarebbe stato necessario promuovere nuove ricerche per completare i dati fino rilevati a quel momento. Lo scopo di questo studio consiste nel verificare l’efficacia di un prodotto probiotico contenente L. reuteri nella selezione della flora orale al momento di una nuova colonizzazione, conseguenza di una consistente eradicazione di specie autoctone. In particolare, verificare se sia possibile eliminare, attraverso manovre di igiene orale professionale in associazione a presidi chimici (clorexidina), i batteri cromogeni presenti nel cavo orale di pazienti in cui sono presenti macchie causate da tali batteri, e successivamente guidare il ripopolamento attraverso l’immissione di microrganismi probiotici. Tale metodica si propone di innescare una competizione atta all’eliminazione o diminuzione di quei batteri responsabili della pigmentazione a linea nera. Con questo studio si vuole valutare l’efficacia del probiotico preso in esame verificando se un uso prolungato possa influenzare in modo significativo l’esito della colonizzazione.

MATERIALI E METODI

Gli autori hanno condotto uno studio controllato e randomizzato suddividendo il campione in due gruppi: al primo (gruppo A) è stata somministrata una terapia con un prodotto probiotico a base di L. reutei per la durata di 2 mesi, mentre al secondo (gruppo B) è strato somministrato il medesimo prodotto solo per 1 mese. Il protocollo dello studio è stato approvato dal Comitato Etico ed è stato realizzato in accordo con gli standard etici stabiliti nella Dichiarazione di Helsinki del 1964. Lo studio è stato eseguito presso il reparto di Ortognatodonzia del Dipartimento di Discipline Chirurgiche, Ricostruttive e Diagnostiche dell’Università degli Studi di Milano. La sperimentazione si è svolta in un arco di tempo di 3 mesi con visite a cadenza mensile. Sono stati esaminati 10 pazienti, 5 maschi e 5 femmine, di età compresa tra 25 e 35 anni, che presentavano pigmentazioni estrinseche a linea nera attribuibili a batteri cromogeni per aspetto, localizzazione e negatività anamnestica a tutte le condizioni predisponenti la formazione di altri tipi di pigmentazione. Tutti i pazienti sono stati valutati dallo stesso operatore e informati della finalità e delle modalità dello studio e hanno acconsentito alla partecipazione. La metodologia operativa dello studio clinico ha seguito un protocollo diagnostico-terapeutico strutturato in tre visite.

Prima visita

  • Reclutamento del paziente.
  • Compilazione del questionario anamnestico (rilevazione di informazioni relative a: dati anagrafici, assunzione di farmaci, abitudini di igiene orale e alimentari, uso di fluoro ed eventuali metodiche utilizzate fino a quel momento per contrastare l’insorgenza delle pigmentazioni).
  • Rilevazione e annotazione della formula dentaria con esame clinico endorale.
  • Analisi del livello di igiene orale del paziente con l’ausilio di pastiglie rivelatrici di placca e successiva rilevazione dell’indice di placca  (Plaque Index, PI) secondo Silness e Lòe con relativa percentuale.
  • Individuazione quantitativa, elemento per elemento (considerando le superfici vestibolare, linguale e inter-prossimali), della presenza di batteri cromogeni.
  • Detersione delle superfici dentarie, attraverso tecnica di Bass modificata, e del dorso linguale con l’ausilio di spazzolino a setole medie.
  • Esecuzione delle fotografie intraorali.
  • Esecuzione di ablazione del tartaro con ultrasuoni e polishing dentale.
  • Detersione della lingua con garza sterile imbevuta di gel alla clorexidina 1% per 1 minuto.
  • Nebulizzazione delle tonsille con spray alla clorexidina 0,5%.
  • Spiegazione verbale dell’iter domiciliare da rispettare per i 30 giorni successivi al trattamento appena eseguito.
  • Consegna dei prodotti da utilizzare nei giorni successivi e di un foglio promemoria con descrizione delle modalità e dei tempi di assunzione di tali presidi.
  • Annotazione del secondo appuntamento.
Seconda visita

A distanza di 30 giorni dalla prima visita, ovvero al termine della terapia a base di probiotici, si è proceduto a una prima rivalutazione.

  • Analisi del livello di igiene orale del paziente con l’ausilio di pastiglie rivelatrici di placca e successiva rilevazione del PI secondo Silness e Lòe con relativa percentuale.
  • Individuazione quantitativa, elemento per elemento (considerando le superfici vestibolare, linguale e interprossimali), della presenza di batteri cromogeni utilizzando l’indice di Lobene modificato da Grùndemann et al. (incrementato con analisi anche del versante linguale/palatale), calcolandone successivamente la percentuale.
  • Detersione delle superfici dentarie, attraverso la tecnica di Bass modificata, e del dorso linguale con l’ausilio di spazzolino a setole medie.
  • Esecuzione delle fotografie intraorali.

Per il gruppo A

  • Ulteriore consegna di un tubetto dello stesso dentifricio fornito al termine della prima risita e di una confezione contenente il probiotico utilizzato fino a quel momento, con la raccomandazione di rispettare per i 30 giorni successivi le stesse indicazioni del mese precedente (riportate sul foglio illustrativo) tralasciando, ovviamente, le indicazioni per la procedura domiciliare relativa alla sera della prima visita e al mattino seguente, trattandosi del proseguimento di una cura già iniziata.

Per il gruppo B

  • Motivazione a mantenere i ritmi di igiene orale tenuti durante il mese precedente, con la raccomandazione di spazzolare i denti mattina e sera detergendo la superficie dentaria sempre con la tecnica di Bass modificata utilizzando il nuovo spazzolino e un dentifricio a scelta ed effettuare la detersione del dorso linguale con lo spazzolino.
  • Annotazione del terzo appuntamento.
Terza visita

A distanza di 2 mesi dalla seconda visita, ovvero per il gruppo A al termine del primo mese senza probiotici, mentre per il gruppo B al termine di 2 mesi senza probiotici, si è effettuata una seconda rivalutazione (si vedano i primi quattro punti precedenti). I  pazienti che hanno partecipato alla sperimentazione hanno età compresa tra 25 e 35 anni: il 70% ha età compresa tra 25 e 27 anni, il 20% tra 27 e 33 anni e il 10% ha più di 33 anni. Una metà è costituita da uomini e l’altra metà da donne. II    90% dei pazienti non assume farmaci. Il rimanente 10% ne assume per la pressione, il colesterolo e per anomalie epiletriformi (tab. I). Il 90% non assume agenti terapeutici per via orale, il 10% ne assume per episodi di bronchite asmatica. Il 70% non ha mai praticato attività sportiva di tipo natatorio, mentre il 30% l’ha praticata saltuariamente. L’80% non ha mai assunto fluoro per via sistemica, mentre il restante 20% lo ha assunto su indicazione del medico. Il 20% dei pazienti lava i denti in media solo una volta al giorno, il 60% due volte, un 10% tre volte e il restante 10% quattro volte al giorno (tab. II). Il 10% lava mediamente i denti per meno di 1 minuto, il 40% per 1 minuto, il 30% per 2 minuti, il restante 20% li lava per un tempo compreso fra 305 minuti. Il 90% dei pazienti non si è mai sottoposto a sedute di applicazione topica di fluoro, il 10% si è sottoposto a tale procedura una sola volta. Il 30% non mastica praticamente mai chewing gum, il 50% lo mastica raramente, il restante 20% lo mastica spesso. Il 60% non ha mai fatto niente per contrastare ¡’insorgenza delle pigmentazioni a linea nera, il 30% si sottopone con frequenza a igiene orale professionale (IOP) in associazione ad air polisher, il restante 10% esegue giornalmente sciacqui con un collutorio generico. Il 20% dei pazienti non beve quasi mai bevande contenenti agenti pigmentanti (per esempio tè, caffè, bibite alla cola), il 50% le assume raramente e il 30% spesso (tab. III). Il 40% non consuma abitualmente cibi pigmentanti (come cioccolato, liquirizia, spinaci), un altro 40% li consuma raramente e il restante 20% li assume spesso. Il 40% non consuma mai cibi fuori pasto, il 50% raramente mangia al di fuori dei pasti principali, il restante 10% lo fa spesso. Solo il 10% dei pazienti non assume mai cibi o bevande dolci, il 70% raramente, mentre il 20% spesso. Il 70% ha un valore di Decayed Missing Filled Teeth (DMFT) compreso tra o e 1, il 20% ha un valore pari a 4 e il restante 10% pari a 9, anche se per chi ha valori 4 e 9 non si è riscontrata patologia cariosa attiva.

RISULTATI

I pazienti che hanno partecipato alla sperimentazione hanno registrato un PI relativo alla prima visita compreso tra il 5% e il 70%; quello relativo alla seconda visita tra il 2% e il 69% e quello riscontrato alla terza visita tra il 5% e il 63%. Si può quindi constatare che il range entro cui il campione ha oscillato durante le tre visite è rimasto pressoché invariato (tab. IV). Per immediatezza di analisi i valori dei pazienti sono stati raggruppati in quattro range:

  • 0-10%;
  • 11-30%;
  • 31-50%;
  • > 50%.

Alla prima visita il 40% dei pazienti ha presentato un PI compreso tra lo 0% e il 10%, nel 30% dei pazienti è stato riscontrato tra Pn% e il 30%, nel 20% dei pazienti tra il 31% e 50% e nel restante 10% è stato segnato un PI superiore al 50%. Si può quindi affermare che la percentuale di pazienti presenti in un range sia stata inversamente proporzionale alla percentuale di placca  a cui faceva riferimento il range stesso. Il 70% è rientrato in valori inferiori al 30%. Non bisogna dimenticare che i dati relativi alla prima visita sono precedenti all’inizio della terapia con il prodotto 
probiotico. Alla seconda visita, invece, si è riscontrato solo un 20% di pazienti con PI nel range 0-10%; un cospicuo 60% è rientrato nella fascia 11-30% e i restanti si sono divisi perfettamente a metà con un 10% per i valori compresi tra il 31% e il 50% e ultimo 10% per i superiori al 50%. Anche per la seconda visita i range di PI che racchiudono la percentuale maggiore di pazienti (80% di pazienti con valori medio-bassi di placca) sono quelli entro il 30%. I dati relativi alla seconda visita sono stati rilevati al momento in cui gruppo A e gruppo B avevano appena terminato 1 mese di terapia. Infine, alla terza visita si è avuto un 30% di pazienti con PI tra lo 0% e il 10%, solo un 20% di pazienti con PI tra l’n% e il 30%, una percentuale consistente, ovvero il 40%, con PI nel range 31-50% e un costante 10% con valori superiori al 50%. In questa occasione si è avuto un 50% di valori medio-bassi perfettamente controbilanciati dal restante 50% di valori medio-alti. Al momento della terza visita il gruppo A aveva appena terminato il primo mese senza terapia, mentre nel medesimo momento il gruppo B aveva terminato il secondo mese sprovvisto di terapia probiotica. I valori migliori inerenti il PI si sono ottenuti alla seconda visita, occasione in cui entrambi i gruppi avevano terminato da pochissimo tempo l’utilizzo dei prodotti probiotici e quindi beneficiavano ancora degli effetti della terapia (fig. 1).

INDICE DI PLACCA DEL GRUPPO A

I pazienti appartenenti al gruppo A hanno avuto un PI relativo alla prima visita compreso tra il 5% e il 42%, quello relativo alla seconda visita tra il 2% e il 35% e quello riscontrato alla terza visita tra il 5% e il 63%. Si può quindi constatare che il range entro cui il campione ha oscillato, per le prime due visite, ha mantenuto una soglia superiore più bassa rispetto alla soglia superiore totale, mentre il range della terza visita è rimasto invariato rispetto a quello della totalità dei pazienti. Alla prima visita il 60% dei pazienti ha presentato un PI compreso tra lo 0% e il 10%; nello 0% dei pazienti è stato riscontrato un PI tra l’11% e il 30%, nel 40% tra il 31% e il 50% e ancora nello 0% è stato segnato un PI superiore al 50%. Si può notare come la percentuale di pazienti presenti nei due range con valori inferiori al 30% sia del 60%, mentre quella relativa ai valori superiori sia del 40%: il divario, quindi, non appare abissale. Alla seconda visita, invece, si è riscontrato un 40% di pazienti con PI nel range o%-io%, un altro 40% è rientrato nella fascia 11-30% e il restante 20% si è localizzato solo nei valori compresi tra il 31% e il 50%, mentre non si è registrata nessuna percentuale per il range con valori superiori al 50%. A questo punto il divario tra i valori medio-bassi e quelli medio-alti si fa netto: l80% dei pazienti del gruppo A mantiene valori di placca inferiori al 30%, mentre il restante 20% si localizza comunque entro il 50%. Infine, alla terza visita, si è avuto un importante 60% di pazienti con PI tra lo 0% e il 10%, un 20% di pazienti con PI tra l’0% e il 30%, lo 0% di pazienti con range tra il 31% e il 50% e un inaspettato 20% relativo ai valori superiori al 50%. In questa occasione si è avuto comunque P80% di valori medio-bassi collocati in larga misura entro il 10% di placca, mentre un 20% posto in corrispondenza di valori superiori al 50%. Il 20% emerso nel range di placca oltre il 50% va comunque considerato in modo relativo, essendo il risultato di una percentuale relativa a un campione esiguo di pazienti, in cui la negligenza occasionale di un solo individuo può comportare risultati inaspettati e non per forza significativi.

INDICE DI PLACCA DEL GRUPPO B

I pazienti appartenenti al gruppo B hanno avuto un PI relativo alla prima visita compreso tra il 9% e il 70%, quello relativo alla seconda visita tra il 12% e il 69% e quello riscontrato alla terza visita tra il 20% e il 48%. Si può quindi constatare che il range entro cui il campione ha oscillato, per tutte le visite, ha avuto una soglia inferiore più alta rispetto a quella inferiore totale, mentre la soglia superiore è rimasta invariata per le prime due visite e si è abbassata per la terza. Alla prima visita il 20% dei pazienti ha presentato un PI compreso tra lo 0% e il 10%, addirittura nel 60% dei pazienti è stato riscontrato tra l’11% e il 30%, nessuno è rientrato tra il 31% e il 50% e al 20% dei pazienti è stato assegnato un PI superiore al 50%. Si può notare che la percentuale di pazienti presenti nei due range con valori medio-bassi sia delT8o%, mentre quella con valori superiori appaia solamente del 20%, nonostante questa sia localizzata interamente nei valori superiori al 50% di placca. Alla seconda visita, invece, non si è riscontrata alcuna percentuale nel range 0-10%, un importantissimo 80% è rientrato nella fascia 11-30%, non si è registrata alcuna percentuale per il range con valori tra il 31% e il 50% e il restante 20% si è localizzato solo nei valori superiori al 50%. Anche in questa occasione il divario tra i valori medio-bassi e quelli medio alti si fa netto: P8o% dei pazienti si mantiene con valori inferiori al 30% di placca, mentre il restante 20% si va a localizzare sopra il 50%. Alla terza visita non si è avuta ancora alcuna percentuale relativamente al range 0-10%; solo un 20% di pazienti ha PI tra rii% e il 30%, addirittura l’8o% nel range 31-50% e si registra ancora assenza di percentuale per i valori superiori al 50%. In questa occasione si è avuto un ribaltamento della situazione, ovvero solo un 20% per i valori medio-bassi contro l’80% di valori medio-alti, collocati però entro il 50% di placca. I pazienti che hanno partecipato alla sperimentazione hanno avuto un indice di Lobene relativo alla prima visita compreso tra il 3% e il 48%, quello relativo alla seconda visita tra lo 0% e il 6% e quello riscontrato alla terza visita tra lo 0% e il 42%. Si può quindi constatare quanto i valori entro cui il campione ha oscillato durante la prima e la terza visita siano molto simili (tab. V). Per immediatezza di analisi i valori dei pazienti sono stati raggruppati in quattro range:

  • 0-10%;
  • 11-25%;
  • 26-40%;
  • > 40%.

Alla prima visita il 20% dei pazienti ha presentato un indice di Lobene compreso tra lo 0% e il 10%, nel 30% dei pazienti è stato riscontrato tra l’ii% e il 25%, nel 40% tra il 26% e il 40% e nel restante 10% è stato assegnato un PI superiore al 40%. Quindi si può dire che l’intensità di pigmentazione si aggiri maggiormente nei range intermedi, tra l’ii% e il 40%. Non bisogna dimenticare che i dati relativi alla prima visita sono precedenti alla seduta di rimozione professionale di tartaro e macchie, nonché all’inizio della terapia con il prodotto probiotico . Alla seconda visita, invece, tutti i pazienti hanno avuto un indice di Lobene inferiore al 10%. Ciò evidenzia l’efficacia del trattamento almeno a breve termine. I dati relativi alla seconda visita sono stati rilevati dopo la rimozione delle pigmentazioni e al momento in cui gruppo Agruppo B avevano appena terminato 1 mese di terapia probiotica. Infine, alla terza visita si è avuto un 60% di pazienti con indice di Lobene tra lo o% e il 10%, un buon 30% tra l’n% e il 25% e il 10% nel range con valori superiori al 40%. Il 90% dei pazienti si è concentrato comunque nei valori medio-bassi entro 25%. I valori inerenti l’indice di Lobene per la prima visita si sono giustamente spalmati un po’ su tutti i range, mentre per seconda e terza visita si sono decisamente concentrati su valori bassi evidenziando i buoni risultati della terapia (fig. 2).

INDICE DI LOBENE DEL GRUPPO A

I pazienti appartenenti al gruppo A hanno avuto un PI relativo alla prima visita compreso tra il 3% e il 35%, quello relativo alla seconda visita tra lo 0% e il 6% e quello riscontrato alla terza visita tra lo 0% e il 21%. Si può quindi constatare quanto il range entro cui il campione ha oscillato abbia mantenuto una soglia inferiore identica rispetto al totale. La soglia superiore per la prima e la terza visita, invece, è risultata decisamente inferiore, mentre per la seconda è risultata superiore per una minima percentuale rispetto a quella della totalità dei pazienti. Alla prima visita il 20% dei pazienti ha presentato un indice di Lobene compreso tra lo 0% e il 10%, ancora nel 20% dei pazienti è stato riscontrato tra l’n% e il 25%, mentre il restante 60% si è mantenuto nel range 26-40%. Anche in questo caso si può affermare che l’intensità di pigmentazione si aggira maggiormente nei range intermedi, in particolare tra il 26% e il 40%. Alla seconda visita, come si è visto in precedenza, tutti i pazienti hanno avuto un indice di Lobene inferiore al 10%. Alla terza visita si è avuto un 60% di pazienti con indice di Lobene tra lo 0% e il 10% e il restante 40% si è concentrato tra l’n% e il 25%. Il 100% dei pazienti si è concentrato in valori medio-bassi entro il 25%.

INDICE DI LOBENE DEL GRUPPO B

I pazienti appartenenti al gruppo B hanno avuto un indice di Lobene relativo alla prima visita compreso tra il 7% e il 48%, quello relativo alla seconda visita tra lo 0% e il 5% e quello riscontrato alla terza visita tra lo 0,9% e il 42%. Si può quindi constatare che il range entro cui il campione ha oscillato per la prima e la terza visita ha avuto una soglia inferiore più alta rispetto a quella inferiore totale, mentre la soglia superiore è rimasta invariata per la prima e la terza visita, con l’eccezione della seconda nella quale si è invece in piccolissima parte abbassata. Alla prima visita il 20% dei pazienti ha presentato un indice di Lobene compreso tra lo 0% e il 10%, nel 40% dei pazienti è stato riscontrato tra l’n% e il 25%, mentre la restante percentuale si è equamente suddivisa al 20% nel range 26-40% e al rimanente 20% in quello con valori superiori a 40%. In questo caso si può affermare che l’intensità di pigmentazione si è uniformemente collocata in tutti i range. Alla seconda visita tutti i pazienti hanno avuto un indice di Lobene inferiore al 10%. Alla terza visita si è avuto ancora un 60% di pazienti con indice di Lobene tra lo o% e il 10%, un 20% tra l’0% e il 25% e il restante 20% nel range con valori superiori al 40%. L’80% dei pazienti è rientrato in range medio-bassi entro 25%, mentre 20% è tornato a livelli alti.

DISCUSSIONE E CONCLUSIONI

L’introduzione sperimentale di germi alloctoni, anche in gran numero, è solitamente seguita da una loro rapida eliminazione. Persino l’impianto di microrganismi autoctoni risulta molto difficile se nel cavo orale si è già formato un ecosistema maturo. Questa selettività risulta dall’interrelazione di due fattori: le caratteristiche di base, proprie dei batteri colonizzatori, e le caratteristiche complessive dell’ambiente. In particolare queste ultime esercitano sui microrganismi una consistente spinta selettiva. Le popolazioni orali autoctone si adattano, infatti, a sopravvivere a numerosi fattori avversi, quali l’azione dilavante e antibatterica della saliva, il sistema immune dell’ospite e l’azione inibitrice di altri membri della comunità microbica. La colonizzazione del cavo orale, oltre che selettiva, è estremamente specifica per ciascuna sede e in ognuna di esse è possibile identificareuna comunità differente, più o meno stabile nel tempo e in continua interazione con l’esterno. Sulla scorta di queste considerazioni è possibile affermare che l’effetto del probiotico probabilmente persiste fino a quando esso viene somministrato e scema velocemente nel momento in cui se ne sospende la somministrazione. Occorrerebbe tuttavia verificare se una terapia condotta per un periodo molto più lungo, magari affiancata da saltuarie sedute di igiene orale domiciliare, potrebbe portare a un graduale adattamento e a una selezione dei batteri probiotici più resistenti alle condizioni ambientali e agli attacchi dei microrganismi competitori, fino a scaturire nell’agognata eradicazione dei batteri cromogeni. Inoltre è importante che i pazienti selezionati per uno studio a lungo termine mantengano un elevato grado di compliance che, come è emerso dai dati discussi, è un elemento decisivo per il raggiungimento di un buon risultato.

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