Le alterazioni del flusso salivare notturno

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La xerostomia notturna poggia su precise basi fisiologiche, per cui esistono numerosi studi in grado di dimostrare come il flusso salivare diminuisca drasticamente durante la notte, fin quasi ad azzerarsi. Il paziente, in questi casi, riferisce la necessità di doversi svegliare ripetutamente per idratarsi, senza che vi sia un legame diretto tra xerostomia notturna e diurna. Quando il paziente riferisce xerostomia, il primo aspetto da valutare è l’assunzione di farmaci correlabili ad alterazioni del flusso salivare (come ipnotici, antipertensivi e caffeina), oltre a escludere la presenza di disordini psichiatrici. Successivamente, il clinico dovrà valutare la condizione odontoiatrica e parodontale ed eventuali parafunzioni, nonché accertarsi della
qualità dell’ambiente in cui il paziente dorme. La correzione di qualsiasi abitudine oro-facciale anomala, come il digrignamento, e il trattamento di lesioni cariose e parodontali sono i primi
passi per la corretta gestione di questi pazienti. Si dovrebbe raccomandare di tenere a portata di mano una bottiglia d’acqua durante la notte e di limitare il consumo serale di sostanze eccitanti, quali caffè e tè, così come di bevande alcoliche e zuccherine che possano ridurre il flusso salivare. È altresì consigliabile l’impiego di umidificatori per l’ambiente.
Nel caso opposto di ipersalivazione notturna, il paziente riporta, solitamente, il risveglio nel corso della notte per eccessiva produzione di saliva e diminuito riflesso di deglutizione. Questa condizione può essere attenuata dalla somministrazione di farmaci ipnotici, come benzodiazepine a basse dosi, in grado sia di indurre il sonno sia di ridurre il flusso salivare. Prima della somministrazione è indispensabile il consulto di specialisti in neurologia o di esperti in disturbi del sonno, dal momento che questi farmaci sono sconsigliati in pazienti con flusso salivare normale e alterata capacità di deglutizione, poiché potrebbero avere effetti depressivi sul sistema motorio. La sindrome di Sjögren è una malattia infiammatoria cronica a carattere autoimmunitario che si correla a un danno, da parte del sistema immunitario, alle cellule adibite alla produzione della saliva e del fluido lacrimale. Secondo un’analisi retrospettiva, la prevalenza dei disturbi del sonno nella sindrome di Sjögren risultava più elevata rispetto ai controlli. I pazienti riferivano, in particolare, maggiore difficoltà di addormentamento, frequenti interruzioni del riposo con difficoltà a riaddormentarsi e forte tensione muscolare.
La PSG confermava disturbi nel periodo di riposo, con ridotta efficienza del sonno e numero più elevato di risvegli. Un recente studio prospettico ha dimostrato come l’affaticamento stesso, in questi pazienti, possa ostacolare il corretto riposo durante la notte. Il reflusso gastroesofageo (RGE) consiste nel rigurgito del contenuto gastrico, tipicamente acido (pH < 4,0), a livello dell’esofago durante il sonno; è un disturbo più comune oltre i 40 anni, in soggetti obesi, in pazienti affetti da sindrome da apnee notturne e nelle donne in gravidanza. Bruciore epigastrico o retrosternale e disfagia sono sintomi comuni. È possibile che alcuni pazienti con RGE riferiscano al proprio odontoiatra la percezione di sapore acido e bruciore orale durante la notte, con o senza episodi di tosse. All’esame obiettivo intraorale mostrano, talvolta, erosioni dello smalto, ipersensibilità dentale e maggiore tendenza al fallimento dei restauri in composito, per cui l’odontoiatra è chiamato a raccomandare le misure adeguate per prevenire l’erosione dentale e la degradazione del materiale da otturazione. Questi pazienti dovrebbero rispettare alcuni accorgimenti dietetici tra cui evitare il consumo di cibi e bevande alcoliche 3 ore prima di andare a dormire e, in alcuni casi, dormire con il torace sollevato (utilizzando due cuscini), mentre il consumo di acqua durante la notte contribuisce ad abbassare il pH acido correlato a RGE. Le terapie per il RGE prevedono farmaci antiacidi e colinergici o, nei casi più severi, inibitori della pompa protonica. I dati PSG rivelano, in questi pazienti, frequenti risvegli durante il sonno, associati a pH orale < 4,0 (valori normali da 5,5 a 5,6) e a un’anormale frequenza di deglutizione. Nel caso in cui al paziente non sia già stato diagnosticato il RGE, l’odontoiatra è chiamato a riferire il paziente a specialisti in otorinolaringoiatria, cardiologia o gastroenterologia, per escludere patologie più gravi come l’ulcera peptica e quadri di angina. cambiamenti anatomici associati a edentulia (assenza totale o parziale di elementi dentali) sono stati oggetto di indagine poiché potenzialmente in grado di predisporre i pazienti ad apnea ostruttiva notturna, in particolare per minore dimensione verticale, diversa posizione della mandibola rispetto all’osso ioide e alterazione dei muscoli orofaringei. Sebbene in passato alcuni studi suggerissero come i soggetti che non portano le protesi durante la notte fossero a rischio più elevato di apnea ostruttiva notturna rispetto a coloro che avevano l’abitudine di mantenerle, oggi esistono risultati in evidente contrasto, indicando come portare le protesi di notte aumenti significativamente il rischio di candidosi (stomatite da protesi). L’odontoiatra deve esortare i propri pazienti a rimuovere le protesi durante il periodo di sonno, a meno che non siano soggetti, per altri motivi, a elevato rischio di apnee da sonno.  Il lichen planus orale (LPO) è un’infiammazione cronica delle mucose orali a eziologia ignota e su base disimmunitaria, nella quale una componente linfocitaria riconosce come estranea la mucosa orale, provocando danni epiteliali. Alcuni studi hanno evidenziato come i pazienti con LPO mostrassero livelli più elevati di ansia, depressione e suscettibilità a disturbi psichici rispetto ai controlli, sebbene il dato non fosse confermato da altri autori. Dal momento che i disturbi del sonno, a loro volta, rappresentano un fattore di rischio proprio per ansia e depressione, uno studio molto recente ha volutoindagare la qualità del sonno in pazienti con LPO rispetto ai controlli: sebbene con limiti intrinseci nella tipologia di studio, i pazienti con LPO riferivano maggiori disturbi del sonno, ansia e depressione.

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