Le infezioni crociate in studio, rischio è sempre presente

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Acune tra le malattie a trasmissione sessuale comprendono una varietà di sindromi cliniche causate da batteri, virus, funghi e altri agenti patogeni, acquisite o trasmesse attraverso l’attività sessuale.

Le infezioni sono trasmesse attraverso la maggior parte dei liquidi organici, come il liquido pre-eiaculatorio, le secrezioni vaginali, lo sperma e il sangue, e colpiscono ogni anno circa 350 milioni di persone nel mondo, con un notevolissimo impatto nei paesi industrializzati e non; rappresentano infatti la seconda causa di morte nelle donne di età fertile dei paesi in via di sviluppo e sono responsabili di molte complicanze ginecologiche, ostetriche e andrologiche.

Quando, negli anni ottanta, è esplosa l’epidemia di Aids, ci si è trovati inizialmente impreparati; è stato solo nel decennio successivo che si sono accumulate conoscenze più solide sulle modalità di trasmissione e soprattutto si sono trovate delle terapie efficaci. Anche i dentisti si sono attrezzati per ridurre al minimo le possibilità di infezioni trasmesse durante i trattamenti odontoiatrici. A quanto pare con successo: Mauro Moroni, immunologo di fama e direttore del dipartimento di malattie infettive dell’azienda ospedaliera Luigi Sacco di Milano, riferisce che ormai da tempo non ha a che fare con pazienti che riferiscono di aver contratto il virus Hiv o anche Epatiti B e C dal dentista.

C’è comunque da mantenere alta l’attenzione verso una malattia che, secondo il Centro operativo Aids dell’Istituto superiore di sanità, in Italia colpisce ogni anno 3.800 persone di cui il 71% di sesso maschile.

In odontoiatria il rischio di contagio è spesso sottovalutato
Sul fronte strettamente odontoiatrico un recente studio olandese (Van Wijk PT et al. Community Dent Oral Epidemiol 2012 Dec;40(6):567-73) descrive però uno scenario con una diffusa sottovalutazione del rischio da parte dei professionisti.
L’Associazione dei dentisti olandesi (Nmt) ha costituito da qualche anno un centro di counseling, a cui identisti segnalano gli incidenti a rischio contagio avvenuti in studio e ricevono informazioni e supporto. Lo stesso centro ha poi avviato un sondaggio via internet esteso a un campione di 1.142 odontoiatri, allo scopo di identificare i fattori di rischio per questo tipo di incidenti e di rilevare la consapevolezza da parte degli odontoiatri dei rischi di trasmissione delle infezioni per via sanguigna.
Nel corso di un anno, al centro di counseling sono statiriportati quasi 400 incidenti, mentre il sondaggio ha mostrato che circa il 45% degli incidenti non è stato segnalato. Ne risulta che incidenti si sono verificati mediamente in un caso su tre e che hanno coinvolto in misura simile i dentisti e gli altri membri dello staff. La percentuale di incidenti gravi è stata del 16%, con rischio di infezioni da epatite B, epatiteC e Hiv.

La segnalazione tardiva degli incidenti è un problema tanto quanto l’episodio stesso: per minimizzare il rischio di infezione da Hiv c’è la possibilità di seguire una profilassi immediatamente successiva all’esposizione, ma l’8% delle persone che sono state ferite non ha potuto ricorrervi perché ha riportato l’incidente più di 48 ore dopo che si era verificato.
La procedura a maggior rischio risulta essere la somministrazione degli anestetici. Scalpelli ed elevatori odontoiatrici sono spesso implicati negli incidenti ad alto rischio (17% dei casi), che sono anche causa di notevole ansia e preoccupazione. «Purtroppo – denunciano i ricercatori olandesi –molti strumenti acuminati utilizzati in odontoiatria non hanno un design orientato a garantire la sicurezza, così la prevenzione deve essere attuata attraverso la ricerca di strategie di lavoro più sicure».
I dati emersi dallo studio olandese sono sovrapponibili a quelli di altri pubblicati in letteratura che avevano fotografato la situazione in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Australia ed evidenziano un rischio generalmente sottovalutato, insieme alla necessità di una maggiore informazione su come ridurli al minimo.

Professor Moroni, qual è oggi la situazione riguardo alla diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili?
Purtroppo la situazione non è tra le più tranquillizzanti. Tutti i centri per le malattie a trasmissione sessuale segnalano una consistente ripresa delle più classiche tra queste infezioni, prima di tutto la sifilide. Del resto non si tratta di una sorpresa, perché avevamo assistito a un notevole calo delle malattie sessualmente trasmissibili in seguito al diffondersi dell’epidemia da Hiv: in quel periodo si era ottenuto una maggiore prevenzione grazie ai numerosi interventi attraverso i mass media. I messaggi di attenzione nei confronti dell’infezione da Hiv, che in Italia è prevalentemente a trasmissione sessuale, aveva funzionato anche nei confronti di altre patologie come sifilide, blenorragia, uretriti da clamidia e infezione da papilloma virus. Gli anni in cui si sono fatte ripetute campagne di informazione sulla sindrome da immunodeficienza acquisita hanno riportato come valore aggiunto anche un calo delle altre infezioni a trasmissione sessuale. Ma ormai, da una decina d’anni a questa parte, queste grandi iniziative di informazione e prevenzione sono cessate. Fortunatamente la patologia da Hiv non genera più quel timore che incuteva in precedenza, quando non esistevano cure, ma questo porta a un allentamento dei costumi e delle singole attenzioni.

Chi corre i rischi maggiori?
È difficile generalizzare perché la popolazione sessualmente attiva è molto diversificata per età, sesso, educazione e contesto sociale. Una tendenza che si è ormai consolidata da anni è la precocità sessuale. I rapporti sessuali cominciano molto presto, tanto che la vaccinazione contro il papilloma virus è stata portata all’età di dodici anni, perché si ritiene che a quell’età la grande maggioranza delle ragazze non abbia avuto ancora rapporti sessuali, ma subito dopo sì. Quindi una prima considerazione è la precocità sessuale rispetto a una o due generazioni precedenti.

C’è dunque una mancanza di informazione tra i più giovani?
In realtà i giovani risultano abbastanza informati. Le indagini che si fanno nelle scuole ci dicono che la principale fonte di informazione non è la famiglia, che anzi è all’ultimo posto, ma piuttosto Internet e i compagni più smaliziati. Ma la scuola sicuramente trasmette ai ragazzi le nozioni di biologia della riproduzione e della sessualità e fortunatamente gli insegnanti più illuminati parlano anche di igiene sessuale. Quindi la formazione dei giovani c’è, ma quello che manca è la consapevolezza del rischio, la capacità di trasferire le informazioni nella realtà e indurre atteggiamenti prudenti nel momento in cui si hanno rapporti sessuali.

Oltre ai più giovani, ci sono ancora quelle “fasce di popolazione a rischio” di cui si parlava negli anni novanta a proposito dell’Aids?
Il concetto di categorie a rischio è sbagliato. A rischio sono i comportamenti e non le categorie. Questo può valere per una gran quantità di soggetti e situazioni estremamente diversificate e riguarda il quindicenne come il settantenne, il manager industriale in viaggio per lavoro come chi ha una relazione con l’amico o l’amica di famiglia.
Certo, nella diffusione di malattie a trasmissione sessuale incide molto la promiscuità: le persone hanno mediamente aumentato il numero di partner e questa tendenza coinvolge tutti gli strati sociali e tutte le età.

Cosa influisce sul mancato utilizzo generalizzato del profilattico?
Può darsi che vi siano ancora delle sacche di individui che possano identificare il profilattico come strumento del demonio oppure come una protezione da utilizzare esclusivamente con le prostitute, ma credo che si tratti ormai di una assoluta minoranza. Il problema fondamentale è la trascuratezza, il non pensarci, la convinzione che comunque l’infezione non ci sarà questa volta, non con questo ragazzo o ragazza, che comunque non toccherà a me… È la stessa superficialità che porta a passare col rosso o a superare i limiti di velocità in automobile, oppure a continuare a fumare ben sapendo che il fumo fa male. Si tende a rimuovere quello che si sa, perché a volte è scomodo: è scomodo comprare il profilattico, tirarlo fuori, calzarlo, mentre è più semplice farne a meno. Dietro questa semplicità si celano i rischi maggiori.

Per quanto riguarda l’Hpv, una delle strategie di prevenzione sta nella vaccinazione. Cosa ne pensa?
La vaccinazione contro il papilloma virus è un’ottima realizzazione perché il tumore del collo dell’utero è ancora oggi un problema non da poco.
La speranza è che non compaiano dei serotipi che non sono presenti nel vaccino perché oggi non sono oncogeni e che un domani potrebbero rivelarsi tali. Ma per il momento quel che si doveva fare è stato fatto.

E riguardo alle terapie, c’è qualche novità di rilievo?
Per quanto riguarda l’Hiv i risultati sono stati spettacolari, ma come è noto i farmaci non sono in grado di eradicare completamente il virus. Il rischio di infezione resta purtroppo molto concreto e essere sieropositivi non è comunque uno scherzo, speriamo che i farmaci di cui disponiamo continuino a funzionare anche in futuro restando tollerabili come lo sono oggi anche per chi ha davanti un’aspettativa di vita di quarant’anni. Poi fortunatamente il treponema, l’agente eziologico della sifilide, mantiene la sensibilità alla penicillina. Qualche problema c’è per il gonococco che invece tende a sviluppare delle resistenze.
Da un punto di vista terapeutico un bagaglio di terapie c’è, guai però se questo fosse considerato come una sorta di autorizzazione a fare sesso senza precauzione.

Quali rischi di contrarre epatite B, epatite C, oppure Hiv corre un paziente che si sottopone a trattamenti odontoiatrici?
I dentisti si sono ormai attrezzati e i rischi sono minimi. Ricordo che negli anno ottanta era stato segnalato qualche episodio, ma ormai da tempo in tutte le casistiche mondiali non figura più il dentista.

Alcune persone che contraggono queste infezioni negano di avere avuto rapporti a rischio, è verosimile?
Nella grande maggioranza dei casi penso proprio di no. In questi casi viene fuori il dentista, da cui spesso ci si reca periodicamente, ma non esistono casi dimostrati.

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