L’efficacia del polishing

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odontoiatra.it, polishing
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L’obiettivo della terapia parodontale non chirurgica è il controllo della progressione della malattia parodontale o semplicemente il mantenimento della salute orale. I segni clinici di salute parodontale sono legati alla mancanza di infiammazione, che si manifesta attraverso l’assenza di rossore e gonfiore gengivali, suppurazione e sanguinamento al sondaggio. Inoltre, devono essere mantenuti un livello di attacco parodontale funzionale e un’assenza o presenza minima di recessioni in mancanza di riduzione ossea interprossimale. Una componente fondamentale nella prevenzione e nel trattamento delle malattie parodontali è il controllo della placca batterica: da parte del paziente attraverso corrette abitudini di igiene orale domiciliare, da parte del professionista tramite la rimozione meccanica dei depositi duri e molli e delle pigmentazioni estrinseche. Tra le manovre professionali più comuni il debridement e il polishing hanno un ruolo fondamentale, soprattutto se effettuati a intervalli regolari, con una frequenza personalizzata in base alle problematiche cliniche specifiche di ogni paziente, al fine di mantenere la salute orale e prevenire eventuali fattori irritativi locali con adeguate misure preventive. Il debridement (o scaling) consiste nella rimozione dei depositi, molli e mineralizzati, di placca batterica e delle pigmentazioni estrinseche da corone e radici dentali. Gli strumenti utilizzati possono essere manuali o ultrasonici, usati singolarmente o combinati, per una migliore performance. Il polishing rappresenta la rimozione meccanica delle macchie estrinseche e dei microdepositi residui; usata come tecnica di rifinitura, è praticata con spazzolini o coppette insieme a una pasta per profilassi. Queste manovre sono tra le più comuni nella pratica clinica quotidiana: negli Stati Uniti esistono dati precisi che indicano come l’86% dei professionisti, nello Stato di New York, prescriva scaling e polishing almeno ogni sei mesi ai pazienti di tutte le età, definiti ‘‘a basso rischio’’, ovvero con un buon livello di igiene domiciliare; per i pazienti con un livello di igiene domiciliare non completamente soddisfacente o per quelli con pregressa malattia parodontale, questi interventi vengono effettuati con una frequenza ancora più ravvicinata. Una rassegna pubblicata nel 2009, tra gli obiettivi ha cercato di determinare i benefici e gli svantaggi per la salute parodontale di scaling e polishing routinari e ha valutato la presenza o meno di effetti di tale trattamento, a intervalli diversi. Inoltre, ha voluto confrontare la seduta di mantenimento associata a istruzioni di igiene domiciliare con un mantenimento senza ulteriore motivazione. Sono stati inclusi solo studi clinici controllati randomizzati, con almeno sei mesi di follow-up. I partecipanti allo studio dovevano avere una dentatura permanente completamente erotta ed essere esplicitamente sottoposti a scaling e polishing routinari. Dei 53 articoli risultati potenzialmente rilevanti, 42 sono stati esclusi e tra gli 11 rimasti ne sono stati selezionati nove, che si sono però rivelati eterogenei dal punto di vista sia clinico sia
metodologico e poco chiari nella randomizzazione. Gli autori della rassegna concludono, senza individuare un’evidenza scientifica in grado di chiarire i quesiti posti, che non vi sono dati sufficienti per determinare gli svantaggi o i benefici di scaling e polishing routinari e quale sia l’intervallo di tempo più indicato. E’ legittimo quindi chiedersi fino a che punto siano efficaci tali manovre, qual è la frequenza ideale nel lungo periodo e se potrebbero essere causa di danni iatrogeni al parodonto, come recessioni o perdita di attacco. Nel presente lavoro si vuole esaminare la risposta del parodonto nel breve periodo (3 mesi) a seguito di sedute di
debridement e polishing e valutare l’efficacia dei diversi mezzi di profilassi usati per il polishing rispetto a un mantenimento senza polishing. Lo studio è iniziato nel mese di novembre 2009 ed è terminato nel mese di settembre 2010. Il campione era composto da 49 soggetti (34 di sesso femminile e 15 di sesso maschile). Tutti i pazienti sono stati visitati e trattati dallo stesso operatore presso il Dipartimento di Scienze Cliniche Specialistiche e Odontostomatologiche dell’Università Politecnica delle Marche e tutti sono stati informati dello studio al quale avrebbero partecipato e hanno firmato un consenso scritto. Il protocollo è stato approvato dal Comitato Etico dell’Università. Sono stati inclusi nello studio pazienti che rispondevano alle seguenti caratteristiche: età compresa tra 21 e 53 anni; condizioni cliniche orali di salute o gengivite marginale; nessuna igiene orale professionale negli ultimi 12 mesi; fumatori e non fumatori. I criteri di esclusione erano i seguenti:
presenza di parodontite conclamata;
età < 21 anni e >53 anni;
presenza di patologie sistemiche;
pazienti ortodontici;
indice di placca (full-mouth plaque score, FMPS) >65%;
indice di sanguinamento (full-mouth bleeding score, FMBS) >30%;
pazienti portatori di piercing;
pazienti disabili;  pazienti che hanno subito interventi parodontali;
donne in gravidanza;
pazienti sottoposti a igiene orale professionale da <1 anno. Sono stati raccolti inoltre anche dati personali riguardanti storia medica, uso attuale di farmaci, presenza di allergie, strumenti di igiene orale domiciliare e frequenza d’uso.Tutti i soggetti erano stati sottoposti in precedenza (a distanza di più di 12 mesi dall’inizio dello studio), almeno una volta nella vita, a sedute odontoiatriche per cure o igiene orale professionale.

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