L’USO DELLE TETRACICLINE IN PARODONTOLOGIA.

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Risulta oramai accertato il ruolo determinante che alcuni batteri,
particolarmente Gram-negativi, giocano nella patogenesi della parodontite.

Questo ha portato a ritenere che la terapia antibiotica possa avere una qualche
efficacia nel controllo dell’infezione dei tessuti parodontali.
Già Socransky (1977) aveva schematizzato nella seguente maniera i rapporti tra
microorganismi infettanti e malattia parodontale:
nella lesione parodontale il numero dei batteri ritenuti responsabili dello
stato patologico deve essere aumentato rispetto ai siti sani o affetti da
altre forme di malattia, sedi in cui tali batteri devono essere assenti o
comunque presenti in numero ridotto;
se l’agente eziologico viene eliminato, la fase di attività deve arrestarsi;
se ciò non si verifica vuol dire che l’organismo infettato non è stato
eliminato, oppure che i microorganismi rimasti sono sufficienti al
mantenimento della malattia;
la risposta dell’ospite fornisce una guida importante per giudicare il ruolo
di un determinato microorganismo. Un aumento o una diminuzione della risposta
immunitaria cellulare e/o umorale nei confronti di una determinata specie
batterica sono suggestive del ruolo del microorganismo;
in studi condotti su animali, un numero relativamente limitato di specie
batteriche ha mostrato di essere parodontopatogeno. Gli organismi testati sono
stati isolati da colture specifiche. Non è stato possibile testare
microorganismi non coltivabili o che non si impiantavano negli animali da
esperimento. Esempio di ciò è costituito da molti batteri anaerobi implicati o
sospetti di esserlo, nella genesi della malattia parodontale;
la virulenza batterica può contribuire alla determinazione del potenziale
patogeno di una determinata specie batterica (Carranza, 1990).
In sintesi le caratteristiche della molecola antimicrobica e di un sistema di
somministrazione per uso parodontale dovrebbero essere: la specificità nei
confronti del patogeno, l’efficacia di azione, la substantività, ovvero la
durata nel tempo dell’azione antibatterica, la sicurezza e la stabilità.
Al momento la clorexidina sembra ottemperare in maniera soddisfacente a questi
principi per quanto attiene il controllo della placca sopragengivale. Le fibre
di tetraciclina ed, in misura inferiore, il metronidazolo potrebbero risultare
ugualmente efficaci nel controllo della flora subgengivale.
La difficoltà di eliminazione di A. actinomycetemcomitans col solo trattamento
meccanico è stata fatta notare da Renvert et Coll. (1990). In un primo studio,
28 siti su 38 presentavano A. actinomycetemcomitans anche dopo scaling e
levigatura radicolare. In un altro studio, 6 pazienti con almeno 2 siti con A.
actinomycetemcomitans sono stati ritrattati con scaling e levigatura in un sito,
e chirurgia nell’altro sito. Il trattamento ulteriore ha eliminato il
microorganismo solo in 6 siti su 29. Da ciò si deduce che la somministrazione di
tetracicline è giustificata in caso di patologie parodontali associate ad A.
actinomycetemcomitans.
È stato visto che, per prevenire la ricolonizzazione precoce, le tetracicline
devono essere applicate in tutti i siti infetti (Tonetti et Coll., 1995). Dal
momento che per applicare le fibre di tetraciclina sono necessari in media 13
minuti per dente, nella pratica clinica l’applicazione topica controllata della
tetraciclina può essere limitata al trattamento della parodontite localizzata
persistente o ricorrente.
Le indicazioni all’uso delle fibre di tetraciclina sembrano attualmente essere
queste: il trattamento causale in prima istanza delle recidive, situazioni in
cui si può ipotizzare la presenza di colonie batteriche particolarmente
resistenti al trattamento convenzionale, il trattamento dell’ascesso parodontale
e la “sterilizzazione” di un difetto prima di procedere alla rigenerazione
guidata dei tessuti.
Le tetracicline sono assorbite, e successivamente lentamente rilasciate dalla
dentina, in modo che la loro attività ne risulta prolungata (Christersson et
Coll., 1993; Demirel et Coll., 1991).
In molti pazienti che non rispondono alla terapia parodontale convenzionale si
somministrano spesso le tetracicline come terapia di supporto (Rams et Slots,
1990 e 1992; Seymour et Heajman, 1995).
Le tetracicline sono perciò usate spesso nel trattamento della malattia
parodontale. Dopo una somministrazione sistemica o un trasporto locale
controllato, i livelli del farmaco nel fluido crevicolare di solito eccedono la
MIC per molti dei patogeni orali più suscettibili.
La terapia con fibre di tetraciclina non rimuove il tartaro ; lo scaling manuale
o con ultrasuoni rimuove il tartaro e la placca, ma risulta spesso un
trattamento incompleto. Così, le fibre di tetraciclina possono risultare essere
un trattamento addizionale importante.
Lo scaling e la levigatura radicolare, associati con le fibre di tetraciclina,
possono rivelarsi molto adatti al trattamento di tasche piuttosto profonde e/o
di siti refrattari con parodontite ricorrente. Quindi la terapia con fibre di
tetraciclina è utile nella conversione di siti attivi con parodontite ricorrente
ad un livello meglio gestibile.
Dallo studio di Ciancio et Coll. (1992), emerge che l’uso delle fibre di
tetraciclina prima di un intervento parodontale non interferisce con il normale
processo di guarigione. I siti trattati con le fibre di tetraciclina sono
sembrati mostrare minore infiammazione ed edema post-chirurgico. L’istologia ha
comunque dimostrato che si hanno simili gradi di infiltrati di cellule
infiammatorie in siti trattati con fibre di tetraciclina e in quelli che non
hanno ricevuto le fibre.
Inoltre tra i due gruppi non sono emersi benefici a lungo termine riguardo al
livello di attacco ed alla riduzione della tasca.
Encarnacion et Coll., in un loro studio del 1997, hanno affermato che la
risposta allergica alla tetraciclina applicata topicamente è molto bassa.
Inoltre essa, applicata localmente e per periodi brevi, determina difficilmente
una resistenza batterica.
Dallo studio di Newman et Coll. (1994), emerge il dato che l’uso delle fibre di
tetraciclina aumenta significativamente i benefici ottenibili con lo scaling e
la levigatura radicolare. Mentre i risultati ottenuti con lo scaling e la
levigatura radicolare raggiungono un plateau dopo circa 3 mesi, aggiungendo una
terapia con fibre di tetraciclina la profondità di sondaggio ed il guadagno del
livello di attacco migliorano fino a 6 mesi.
In generale, gli articoli pubblicati che riportano dei vantaggi e dei limiti
degli antibiotici sistemici nel trattamento della parodontite dell’adulto hanno
concluso che le tetracicline usate insieme allo scaling ed alla levigatura
radicolare o insieme alla chirurgia di solito non forniscono benefici ulteriori
(Palmer et Coll., 1996; Rams et Slots, 1990 e 1992; Seymour et Heajman, 1995).
Allo stesso modo, le tetracicline trasportate sottogengiva come irriganti
(Christersson et Coll., 1993; MacAlpine et Coll., 1985; Nylund et Egelberg,
1990; Shiloah et Hovious, 1993; Trombelli et Coll., 1996) o con sistemi di
trasporto controllato (Cattabriga et Coll., 1996; Ciancio et Coll., 1992; Drisko
et Coll., 1995; Wilson et Coll., 1997) non hanno provocato una salute
parodontale sostanzialmente migliorata al di là della terapia convenzionale
della parodontite dell’adulto.
In corso di terapia iniziale, le fibre di tetraciclina possono rivelarsi utili
nel controllo di aree localizzate con segni persistenti di infiammazione ed
infezione (Tonetti et Coll., 1994). Questo approccio può essere particolarmente
valido quando è controindicata una terapia chirurgica.
Comunque, la terapia sistemica aggiuntiva con tetracicline è risultata
vantaggiosa nel trattamento della parodontite giovanile, nella parodontite
refrattaria, nella parodontite ad insorgenza precoce associata a P. gingivalis
e/o ad A. actinomycetemcomitans, nell’ascesso parodontale (Hafström et Coll.,
1994; Tonetti et Coll., 1994), nella parodontite necrotizzante, ed i sistemi a
lento rilascio possono fornire risultati migliori tra i pazienti con parodontite
ricorrente (Newman et Coll., 1994). Greenstein (1995) ha proposto però
l’utilizzo delle fibre di tetraciclina come aggiunta allo scaling ed alla
levigatura radicolare in alcuni casi di pazienti con siti che non rispondono
alla terapia convenzionale.
L’applicazione di pomate alla tetraciclina, che contengono vaselina e non sono
quindi idrosolubili, è controindicata nella terapia della gengivite
ulcero-necrotica, in quanto sotto lo strato di pomata impermeabile all’ossigeno
si può verificare una proliferazione dei germi anaerobi, e ciò può accelerare la
decomposizione necrotica della cresta gengivale.
La tetraciclina HCl è stata utilizzata in modi differenti ed a concentrazioni
differenti per periodi diversi. Una concentrazione di 50 mg/ml sembra essere
sufficiente per ottenere :
significative modificazioni morfologiche sulla superficie radicolare
(Trombelli et Coll., 1995) ;
un massimo legame della fibronectina (Terranova et Coll., 1986) ;
un significativo effetto antimicrobico (Stabholz et Coll., 1993).
Un sondaggio fra gli studiosi convenuti al 2nd European Workshop on
Periodontology, che si è tenuto nel 1996, ha fornito le seguenti nuove tendenze:
la terapia sistemica con antimicrobici è indicata per il trattamento della
parodontite giovanile localizzata (42 favorevoli e 22 contrari);
la terapia meccanica è un prerequisito fondamentale per la terapia
antimicrobica sistemica (69 favorevoli e 2 contrari);
la maggiore area di applicazione della terapia antibiotica locale è la
parodontite localizzata persistente o ricorrente (62 favorevoli e 3 contrari);
la parodontite dell’adulto non dovrebbe essere trattata con terapia
antibiotica (59 favorevoli e 11 contrari).
A dispetto del loro diffusissimo uso, non si dovrebbe presumere che le
tetracicline siano i farmaci di scelta universalmente raccomandati per il
trattamento delle parodontiti, in quanto anche altri antibiotici (metronidazolo,
amoxicillina, acido clavulanico, ecc.) sono risultati efficaci adiuvanti alla
terapia (Somayaji et Coll., 1998). Le tetracicline possono essere indicate per
infezioni parodontali da A. actinomycetemcomitans (Bragd et Coll., 1985; Kornman
et Coll., 1994), ma possono non fornire una soppressione sufficiente dei batteri
patogeni subgengivali per arrestare l’attività destruente della malattia in
infezioni miste (Christersson et Coll., 1986; Lindhe, 1981; Mandell et Coll.,
1986; Mandell et Socransky, 1988; Müller et Coll., 1993; Saxén et Asikainen,
1993; Slots et Rosling, 1983; Van Winkelhoff et Coll., 1989; Van Winkelhoff et
Coll., 1996).
Per quanto concerne l’uso delle tetracicline in corso di terapia rigenerativa
parodontale, in associazione ad una membrana, al momento la letteratura non
porta dei risultati molto incoraggianti, dal momento che l’irrigazione con una
soluzione di minociclina 2% (Nagakawa et Coll., 1991) o l’applicazione di fibre
di tetraciclina 25% (Goodson et Coll., 1991) non sembrano portare effetti
positivi addizionali al trattamento meccanico. Dall’altra parte, Autori come
Tonetti et Coll. (1994) consigliano l’uso delle fibre di tetraciclina per il
controllo della parodontite e per il condizionamento radicolare prima di
procedure chirurgiche rigenerative. Sebbene siano stati riportati risultati
contrastanti per quanto riguarda l’applicazione topica della tetraciclina HCl in
corso di rigenerazione guidata dei tessuti (Dyer et Coll., 1993; Erdinc et
Coll., 1995; Lewis et Bissada, 1995; Machtei et Coll., 1993; Parashis et Mitsis,
1993; Trombelli et Coll., 1994), gli esperimenti clinici su denti affetti da
malattia parodontale hanno riportato maggiori guadagni di attacco in confronto
alla sola levigatura radicolare (Alger et Coll., 1990; Christersson et Coll.,
1993). Sterrett et Coll. (1997) hanno riportato che solamente soluzioni poco
concentrate di tetraciclina HCl sono riuscite ad aumentare la formazione di un
nuovo attacco in vivo. Per questo consigliano l’uso di soluzioni di tetraciclina
a bassa concentrazione (10-20 mg/ml) con applicazioni ripetute, in modo da
ottenere un tempo totale di applicazione prolungato.
Il trasporto locale di tetraciclina è risultato altamente efficace nella
riduzione della prevalenza e delle proporzioni dei batteri anaerobi
nero-pigmentati in pazienti con parodontite dell’adulto (Mombelli et Coll.,
1996).
La somministrazione locale del farmaco non può essere considerata come l’unico
possibile trattamento della malattia parodontale, o come un’alternativa al
trattamento di routine, ma piuttosto come una terapia aggiuntiva (Somayaji et
Coll., 1998). In ogni caso la terapia farmacologica non può, allo stato attuale
della ricerca, sostituirsi alla strumentazione meccanica della lesione.
Nella migliore delle ipotesi, ciò che può fare è, in particolari e limitate
condizioni, essere di ausilio e completamento alla terapia convenzionale.
Infatti, applicando un concetto medico di ordine generale appare, quando sia
possibile, assai più logico e soprattutto risolutivo eliminare chirurgicamente
l’agente infettante piuttosto che farmacologicamente.

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