Omeopatia

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Nell’era del progresso tecnologico, dei computer, degli strumenti sofisticati che riescono a sezionare i frammenti più minuscoli del nostro organismo, sembra paradossale affrontare il tema della salute ricorrendo a studi e rimedi scoperti più di duecento anni fa.

Nasce immediatamente la sensazione di scetticismo. Siamo nel duemila e dobbiamo curare la salute con i rimedi degli antenati? La scienza della farmacologia non ha davvero prodotto nulla di meglio? Che senso ha ingerire pilloline tutte uguali che dovrebbero contenere porzioni infinitesimali di qualcosa?

L’omeopatia, contrariamente a quanto si crede, non è una religione o una fede. Non è nemmeno una medicina basata sulla suggestione o sul “per guarire bisogna crederci”. Al contrario è una scienza molto precisa e molto difficile da apprendere. Non ha avuto la diffusione su larga scala tra le facoltà di medicina solo per questa ragione. I rimedi sono tanti (circa tremila), le indicazioni sono sfumate, i parametri di uso non possono essere organizzati in protocolli.

Protocollo significa indicazione uguale per tutti. L’omeopatia è la medicina dell’individuo e quindi dell’individualità. Nessun paziente è uguale all’altro, nessuna malattia è ugualmente espressa nei diversi individui.

Ritorno alla magia o all’improvvisazione? Assolutamente no. Omeopatia è capire che il paziente non è una semplice somma di organi, ma un individuo. Presenta sintomi fisici e sintomi mentali. È un organismo che dispone di qualcosa di diverso da una macchina. Possiede uno spirito.

Negli ultimi tempi l’interesse per le cure omeopatiche è sensibilmente aumentato. Da un lato c’è un cambiamento di mentalità nei pazienti che preferiscono cure “dolci” o naturali, dall’altra ci sono medici che comprendono che la medicina tradizionale non risolve tutte le malattie. Anzi è impotente contro una vasta categoria di malattie. Si sviluppa sempre più l’interesse per la cosiddetta medicina alternativa, termine piuttosto generico in quanto raggruppa diversi orientamenti terapeutici, quasi sempre accumunati da un elemento: si tratta di medicine che derivano da studi antichi. La medicina cinese offre l’agopuntura, quella indiana la medicina ayurvedica, quella europea l’omeopatia.

L’omeopatia nasce verso la fine del ‘700 grazie ad un medico tedesco, Samuel Hanehman. Esperto di chimica, preciso, pignolo, comincia i suoi studi osservando che i lavoratori del legno di china del suo paese soffrono di una patologia febbrile che ricorda la malaria. Il contatto prolungato con il legno di china cioè induce sintomi identici a quelli che il chinino (l’estratto di china) cura. È l’inizio di una serie di scoperte che porteranno il medico a riprendere i concetti antichi, già espressi da Ippocrate, che il veleno dipende dalla dose e che il simile cura i simili. Ovvero una sostanza che a dosi ponderali crea sintomi di avvelenamento, a dosi iper diluite, guarisce gli stessi sintomi. Dopo Hanehman, gli studi sono proseguiti per anni aumentando l’ampiezza di sostanze testate e definendo le caratteristiche dei sintomi che ogni sostanza era in grado di curare.

La medicina omeopatica non è facile purtroppo. L’apprendimento è lungo, i testi non sono mai esaurienti del tutto e la materia è molto vasta. Indubbiamente più facile è imparare i farmaci della cosiddetta medicina tradizionale o allopatica.

Alla fine dell’800 e soprattutto nel secolo scorso, la medicina omeopatica cede il passo a quella “moderna”, più semplice e più rapida da trasmettere. La scienza moderna paradossalmente abbandona l’omeopatia, più ricca di sperimentazioni, ma più complessa da esporre, per indirizzarsi verso la farmacologia allopatica. Studi, ricerche, investimenti economici vanno tutti verso i farmaci nuovi. I sintomi diventano l’oggetto della ricerca medica. Non più il malato. La scoperta degli antibiotici dà un ulteriore impulso alla produzione e distribuzione dei farmaci allopatici. Gli antibiotici (la stessa etimologia del termine dovrebbe far riflettere: anti bios. Contrari alla vita) sono rapidi, efficaci e di uso pressoché universale. Il medico non deve sforzarsi più di tanto a capire perché il paziente si ammala. C’è l’antibiotico che risolve tutto in quasi tutti gli individui. Uguali o no. Sopprime i sintomi in modo rapido. Non fa nulla se poi il malato rimane prostrato, se alcuni sintomi si protraggono per settimane, se l’individuo s’indebolisce sempre più. E se qualcuno risulta allergico al farmaco. Ormai il concetto dell’allergia è entrato nel pensiero comune come una fatalità a cui non c’è rimedio.

Avvicinarsi all’omeopatia significa ribaltare l’approccio alla malattia. I sintomi sono espressione della persona. La malattia stessa è espressione della persona. La cura non deve sopprimere segni e sintomi. La cura deve guarire l’uomo.

In un termine più esplicito: deve farlo star bene.

Due sono gli errori principali che può incontrare chi si avvicina alle terapie omeopatiche. Il primo è quello di pensare che l’omeopatia guarisca solo le patologie psicosomatiche dove una buona parola fa più effetto di qualsiasi farmaco. In questo modo il medico si improvvisa psicologo dell’ultima ora e considera il malato esclusivamente come un’anima sola bisognosa di un po’ di affetto. Nulla di più falso. Omeopatia non è sinonimo di suggestione o di patologie psicosomatiche. Per essere un buon omeopata occorre essere un buon medico, fare una corretta diagnosi, ricercare i sintomi e i segni con precisione e con cura. Non basta solo la buona volontà. Bisogna essere medici. Con i rimedi omeopatici guariscono malattie importanti, croniche come broncopolmoniti, epatiti, psoriasi.

Il secondo errore è quello di cercare dei protocolli, ovvero degli schemi terapeutici da utilizzare su un ampio numero di malati. Errore in cui è facile cadere quando si cerca un “qualcosa” che faccia cessare la febbre alla svelta ad esempio. La febbre è un segno di reattività dell’organismo. Non va soppressa, ma va intuito il motivo per cui l’organismo la richiede. Va assecondata per far sì che l’organismo, con le sue forze, si liberi della malattia. Il medico omeopata quindi non cercherà il “rimedio per la febbre” bensì il rimedio per aiutare quello specifico paziente, con quella specifica personalità, a superare lo stato di malattia. La medicina omeopatica può essere riassunta in una frase che il medico dovrebbe sempre ricordare: il malato è unico, come unico è il rimedio alla sua malattia.

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