Osso autologo /innesti sintetici/impianto dentale

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Quando la quantità ossea residua non sia sufficiente per inserire viti implantari ed altre tecniche di incremento osseo non siano indicate o sufficienti, si può ricorrere ad un innesto osseo.

Scopriamo quali innesti sono migliori in implantologia nei casi di difetti ossei. Il gold standard resta l’innesto osseo autologo, ma mostra che i sostituti ossei sintetici o quelli eterologhi possono essere utilizzati come alternativa, perché non si sono trovate differenze sostanziali nella formazione di nuovo osso.
Sappiamo bene che, il riassorbimento della cresta alveolare in siti edentuli compromette la possibilità di inserire l’impianto dentale in una posizione ideale. È quindi spesso indicato un aumento del volume osseo prima o in congiunzione con il posizionamento dell’impianto per ottenere una funzionalità predicibile a lungo termine e un risultato estetico soddisfacente.

Gli innesti autologhi, anche se costituiscono la soluzione ottimale da tanti punti di vista, comportano diversi inconvenienti come la morbilità del sito donatore, la trasmissione di virus, un livello imprevedibile di riassorbimento, quantità limitate di tessuto osseo disponibile e la necessità di siti chirurgici aggiuntivi. Sono così fiorite le ricerche di materiali alternativi e oggi le tipologie di innesto rientrano in tre categorie: innesti allogenici, xenogenici e sintetici ma è difficile immaginare un singolo materiale in grado di soddisfare tutti i requisiti ideali, che si possono schematizzare in termini di riassorbibilità, che ne consenta la sostituzione con nuovo osso vitale; di osteoconduzione, con la creazione di un adeguato supporto strutturale; di osteoinduzione, ossia della capacità di stimolare la migrazione delle cellule osteogeniche dal sito ricevente all’innesto e di osteogenesi, promuovendo dunque la formazione ossea.

Questo studio ha fornito 12 trial su 231 pazienti complessivi e 302 siti con innesto osseo. Non si sono evidenziate differenze statisticamente significative per la maggior parte dei parametri istomorfometrici, anche se probabilmente questo è dovuto ai numeri relativamente bassi utilizzabili per la metanalisi. Secondo gli autori, le evidenze emerse sono comunque tali da poter affermare che «gli innesti autologhi possono rappresentare gli standard di riferimento sia in termini di formazione di nuovo osso che di integrazione; una distinzione altrettanto chiara può essere fatta riguardo agli innesti allogenici, che hanno costituito la tipologia peggiore riguardo a questi due parametri, mentre in una posizione intermedia si sono collocati gli innesti xenogenici e quelli sintetici, con questi ultimi che si sono comunque associati a una più rilevante formazione di osso».

Per gli innesti sintetici si tratta dunque di risultati positivi che incoraggiano a ulteriori ricerche sui materiali, quelli già disponibili si sono dimostrati bioassorbibili e non tossici, con una struttura chimica simile alla composizione del tessuto osseo umano. Altri studi avevano già permesso di osservare cellule analoghe agli osteoclasti sulla superficie del nuovo tessuto osseo formato e certi materiali (vetri bioattivi), che una volta innestati, avevano mostrato di ricoprirsi di uno strato di fosfato di calcio e di formare insieme all’osso legami chimici.

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