Perni o non perni?

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L’industria dentale ci propone quotidianamente materiali nuovi e “miracolosi” con promesse di guadagno di tempo e danaro talvolta non rispondenti alla realtà. Purtroppo, come spesso accade, il semplice non va a braccetto con il successo, e la letteratura è piena di smentite di successi iniziali di materiali e tecniche “miracolose”

Lo stesso avviene nel campo della ricostruzione pre protesica: non ce ancora, purtroppo, una codificazione ed un consenso reale sull’utilizzo di perni endodontici, siano essi rigidi o flessibili. È normale, a questo stadio della ricerca, che anche il clinico più attento e scrupoloso nel tenersi aggiornato sugli ultimi risultati delle ricerche scientifiche sia quantomeno dubbioso sul da farsi. Che perno utilizzare? Fuso? Avvitato? Bianco? In carbonio? Flessibile? Trasparente? Ma soprattutto: quando?

Cerchiamo di fare un poco di chiarezza basandoci sulla letteratura internazionale degli ultimi anni.

Anzitutto è accettato ormai che i perni endodontici devono essere passivi, cioè non devono esercitare nessuna forza all’interno del canale per evitare che venga a crearsi un effetto “cuneo” nella radice del dente e che la stessa si fratturi. Sul materiale dei perni, la questione si fa molto più delicata.

Una buona parte della letteratura considera ancora come riferimento i I buon vecchio perno moncone fuso, che, se eseguito a regola d’arte, è un ausilio sicuramente valido. Sappiamo però che il rischio di fallimento dei perni fusi è la frattura della radice, con conseguente estrazione del dente in oggetto. Negli ultimi anni, fortunatamente da un certo punto di vista, sono apparsi svariati tipi di perni “elastici”, siano essi in fibra di carbonio o estetici (fibra di vetro o di quarzo). Il grosso vantaggio di questo tipo di perno è proprio la flessibilità dello stesso, prossima a quella registrata per la dentina: dal punto di vista teorico si dovrebbe comportare come il dente e quindi trasferire i carichi masticatori alla radice quasi come se il dente fosse integro, ma sono stati registrati anche alcuni insuccessi.

Forse il materiale non è adatto o lo si è usato in modo errato?

Non vogliamo entrare ora nel merito del protocollo operativo legato ad ogni singolo perno. Quello che vorrei porre in evidenza è soprattutto l’errore che un poco tutti abbiamo forse commesso: forzare troppo la tecnica senza avere purtroppo ancora i mezzi per farlo.

Gregory Brambilla

Ci sono regole ben precise da tenere a mente, e prima tra queste è l’effetto ferula. Se non abbiamo almeno 1,5 mm di ferula (meglio 2 mm), il rischio di fallimento si accentua notevolmente, per non parlare di dente totalmente decoronato. È vero che ci sono alcuni studi che negano l’efficacia della ferula in vitro, attribuendo la resistenza del complesso perno – ricostruzione ai sistemi adesivi utilizzati, ma la pratica quotidiana non risponde sempre ai protocolli utilizzati per le ricerche in laboratorio. Quindi, facciamo magari un passo indietro nel tempo e riprendiamo alcune regole “classiche” dell’odontoiatria ricostruttiva. Secondariamente, al contrario di quanto ancor molti possano pensare, i perni non rinforzano le nostre ricostruzioni, e questo è un punto che trova la letteratura concorde. L’unica finalità nel mettere un perno in un canale è quello di aumentare la superficie di adesione per il composito. Ecco perché non è sempre necessario mettere un perno: se l’anatomia della “ex camera pulpare” e la quantità di dente residuo sono sufficienti a garantire una buona ritenzione meccanica alla nostra ricostruzione, non siamo obbligati ad inserire uno o più perni in un dente, senza contare l’indebolimento del dente stesso se andiamo a preparare le radici per poter far passare i nostri perni (di qualsiasi materiale o foggia vogliate). Fortunatamente i compositi che abbiamo a disposizione oggigiorno hanno proprietà fisiche ottime, come anche i risultati che si possono ottenere con gli adesivi. Quindi possiamo tranquillamente dire che l’odontoiatria, anche ricostruttiva post endodontica, si sta spostando gradatamente verso la conservazione del dente e la minima invasività. Spero di non aver creato ancor più confusione: vorrei solo che tutti noi ci fermassimo a pensare a cosa faremmo per noi stessi prima di proporre un trattamento ai nostri pazienti. Per una odontoiatria che sia davvero conservativa. Buon lavoro a tutti.

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