Prevenire la perimplantite. Terapia di mantenimento

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odontoiatra.it, perimplantite
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Con la crescita esponenziale dell’implantologia, i quadri di perimplantite rappresentano oggi un problema medico in aumento, con una frequenza, a livello dell’impianto, che può andare dall’ 1 % al 47%. Le malattie perimplantari comprendono la mucosite perimplantare e la perimplantite e possono essere causate dall’infezione batterica locale e dall’influenza di fattori correlati a paziente, intervento chirurgico e manufatto implanto-protesico. L’urgenza di un’efficace prevenzione, oltre che terapia, ha stimolato la ricerca odontoiatrica più recente. La terapia di mantenimento dei tessuti perimplantari routinaria viene in particolare raccomandata per prevenirne l’infiammazione, anche in assenza di protocolli precisi. Proprio con l’obiettivo di verificare l’impatto della terapia di mantenimento sull’incidenza delle malattie perimplantari, un gruppo di ricercatori ha effettuato una revisione sistematica dell’argomento, pubblicata recentemente sulle pagine del Journal of Dental Research. Gli autori hanno preso in considerazione tutti gli studi clinici che fossero andati a valutare l’incidenza di malattie perimplantari in pazienti sotto stretto regime di mantenimento o meno. Gli studi dovevano includere più di dieci soggetti e prevedere un follow-up di almeno 6 mesi. La sopravvivenza e il fallimento impiantare erano considerati out-come secondari. Dall’analisi dei dieci studi inclusi emergeva come mucosite e perimplantite sembravano essere più frequenti nel paziente con storia pregressa di malattia parodontale e sembravano ridursi in presenza di periodica terapia di mantenimento. Questi due aspetti mostravano, inoltre, ripercussioni sul rischio di fallimento implantare. Gli autori evidenziavano come un intervallo ragionevole per la terapia di mantenimento potesse essere di almeno 5-6 mesi, capace di dare significativa riduzione dell’incidenza di perimplantite, anche se ulteriori studi saranno necessari per darne conferma. L’intervallo dovrebbe essere personalizzato, secondo gli autori, in base al profilo di rischio del singolo paziente, prestando particolare attenzione a quei soggetti con storia pregressa di parodontite. Nei pazienti ad alto rischio, la terapia di mantenimento dovrebbe, infatti, essere ulteriormente incrementata. In linea con i risultati di questa revisione, si pone un recente trial clinico che ha mostrato come l’arruolamento dei pazienti in un programma di terapia di mantenimento riducesse il suo rischio di perimplantite dal 43,9% al 18%. Altri autori evidenziavano come una terapia di mantenimento regolare, effettuata ogni 4 mesi, fosse un efficace mezzo preventivo per la perimplantite. Nonostante la mancanza di linee guida e protocolli per la prevenzione delle malattie perimplantari, la loro incidenza può essere minimizzata da interventi di mantenimento e visite di controllo regolari, al fine di identificare e rimuovere precocemente i possibili fattori eziologici e/o predisponenti. Il ruolo di elementi, ulteriori rispetto alla placca batterica e correlati all’impianto stesso, al clinico e/o al paziente, può impedire la corretta stabilità dell’impianto e portare a lesioni dei tessuti perimplantari di tipo non infettivo. Come si evince dalla revisione, uno stretto programma di terapia di mantenimento non basta da solo a escludere in toto possibili complicanze biologiche, che potrebbero comunque verificarsi. In conclusione, la terapia impiantare non deve limitarsi al solo posizionamento dell’impianto e alla sua riabilitazione protesica, ma deve anche includere la corretta terapia di mantenimento dei tessuti perimplantari, per prevenire complicanze e rafforzare le probabilità di successo della riabilitazione a lungo termine.

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