Una ricerca scopre lo sviluppo veloce dello smalto dentale negli esseri umani

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Una nuova ricerca condotta presso l’Università di Kent a Canterbury ha scoperto un legame tra tassi di formazione prenatale dello smalto dei denti e lo svezzamento dei neonati. La ricerca ha scoperto che gli incisivi crescono rapidamente nelle prime fasi del secondo trimestre dello sviluppo del bambino, mentre i molari hanno un tasso di crescita più lento nel terzo trimestre. In questo modo gli incisivi sono pronti a spuntare dopo la nascita, a circa sei mesi di età, quando il bambino passa dall’allattamento allo svezzamento.

Lo svezzamento negli esseri umani avviene relativamente presto rispetto ad alcuni primati, come gli scimpanzé. Di conseguenza, c’è meno tempo per la formazione degli incisivi degli esseri umani e così lo smalto cresce rapidamente per compensare. I risultati della ricerca potrebbero aumentare la nostra comprensione dello svezzamento nei nostri antenati fossili e potrebbero aiutare i dentisti a comprendere come i problemi dentali non si verificano in tutti i denti allo stesso modo. Le cellule dello smalto depositano il nuovo tessuto in tempi e metodi diversi, a seconda del tipo di dente. Tra gli antropologi è molto dibattuto il tema di quando ha inizio lo svezzamento negli esseri umani.

Attuali approcci dentali si basano sulla studio di teschi fossili con i denti che erano in eruzione al momento della morte – evento estremamente raro. Gli antropologi saranno ora in grado di esplorare l’inizio dello svezzamento in un modo completamente nuovo, perché i denti primari mantengono una traccia della crescita prenatale dello smalto anche dopo che essi sono spuntati, e per millenni dopo la morte. La ricerca, finanziata dalla Royal Society, è stato condotto dal dottor Patrick Mahoney che lavora presso l’unità di analisi e ricerche osteologiche di Kent ospitato nel laboratorio di ricerca osteologica umana dell’Università del Kent.

Lo studio, intitolato “Dental fast track: Prenatal enamel growth, incisor eruption, and weaning in human infants”, è stato pubblicato online l’11 novembre sul American Journal of Physical Anthropology.

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