UNA VITA DEDICATA ALLA RICERCA

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Il Prof. Ennio Giannì è da considerarsi uno dei padri più autorevoli dell’ortodonzia italiana, prima di elencare alcune delle innumerevoli attività svolte, mi preme sottolineare che nell’ultima parte dell’articolo abbiamo riportato una testimonianza di Alberto Campaleoni sulla vita-romanzo di questo personaggio singolare.

… in seguito ad un semplice colloquio telefonico l’impressione personale che ho ricevuto di persona grande nella sua semplicità di rapportarsi , ma soprattutto grande non solo per la sua mole in quanto a conoscenza e spirito di innovazione, ma soprattutto nel desiderio di comunicare e rendere tutti partecipi, voler lasciare nonostante la sua giovane età un’eredità di esperienza e nuove idee su cui farci lavorare:abbiamo un ricercatore uno studioso prima che un professore di grande spessore. Il desiderio che questo suo percorso venga seguito seriamente dai colleghi e diventi la base di un’autentica scuola italiana mi è stato espresso cordialmente e senza alcun interesse personale.
E’ con sommo piacere che la redazione si farà carico di organizzare una prima conferenza a Lamezia Terme dove verranno tracciate le linee guida di questo nuovo percorso e dove il professore illustrerà le ultime novità in campo ortodontico.
Sarete aggiornati sulla data della conferenza a breve intanto alcune note del professore:

Prof. Ennio Giannì
1941: Laurea
in Medicina e Chirurgia a
Roma.
1952: Specializzazione in Odontostomatologia a
Roma.
1963: Specializzazione in Chirurgia
Plastica a Roma.
1967: Specializzazione in Oncologia a Roma.
1968: Socio SIDO.
1969: Professore Aggregato di
Odontoiatria e Stomatologia
presso l’Università di Medicina
di Chirurgia di Milano.
1969; 1970;1971: Consigliere SIDO.
1977-1996: Direttore delle Scuole di
Specialità di Odontostomatologia e Ortodognatodonzia
dell’Università di Milano.
1982-1996: Primario di Chirurgia
Maxillo Facciale degli Istituti Clinici di perfezionamento Università di Milano.
1996-2000: Consulente Primariale
dell’Ospedale Bambino Gesù
Città del Vaticano.
2001-2008: Professore Emerito
presso la Clinica Odontoiatrica
Istituti Clinici di Perfezionamento dell’Università degli Studi di
Milano. Socio Onorario di diverse associazioni: Officier of Pier-re Fouchard Academy, Minneapolis, USA. Memberschip International Association DentoFacial Abnormalities, Pittsburgh, USA; International Association Oral Surgeons, Royal College Surgeons of England.
Membership European Orthodontic Society.
Socio Honorario Association
Argentina de Ortopedia Functional de los Masilares.
Member titulaire du Groupment
International pour la Rechèrche
Scientifique en Stomatologie et
Odontologie (GIRSO).
Socio onorario Società Italiana
Odontoiatria Infantile.
Knight Comm. of Grace Sovereign Military Order of Saint John of
Jerusalem, Knights of Malta.
Nel 1982 riceve il Premio Amedeo Ferrari, Fondazione Comenius per lo studio dei problemi
dell’infanzia; nel 1992 la Mèdaille Jubilaire du 60° Anniversaire
Union Mèdicale Balkanique, nel
2002 il Premio Terra del Sole
Award.
È autore di più di 300 pubblicazioni nel campo della crescita
maxillo-facciale, patologia orale,
disfunzione ATM e della chirurgia Ortognatodontica.
Ha pubblicato, oltre a numerose
monografie, una collana in 8
volumi di ottomila pagine, intitolato “La Nuova Ortognatodonzia”,
tradotto in lingua spagnola,
divenuto testo ufficiale dell’Università di Buenos Aires.
Ha tenuto conferenze magistrali
e svolto corsi di aggiornamento
in Italia e all’estero (Europa,
USA, Argentina, Perù, Paraguay, Uruguay, Cina, Giappone).
Conclude nel 2007 la sua evoluzione di pensiero con il suo ultImo testo: “Rivisitazione ortognatodontica”.

Per tutti una testimonianza sulla sua vita un pò un romanzo che gli auguriamo sia ancora lungo da scrivere:
Testimoni
“AIUTAVO GLI EBREI PER CONTO DEL PAPA”
di Alberto Campoleoni

Proprio in un momento di polemiche sul ruolo della Chiesa durante il nazi-fascismo, ecco una toccante testimonianza di un uomo, oggi medico 90 enne di fama internazionale, a cui dalla Santa Sede fu affidato il compito di portare in salvo gli ebrei.

L’atteggiamento del Vaticano nei confronti degli ebrei torna in modo ricorrente al centro delle polemiche.
Quest’anno, a fine gennaio, nella ricorrenza del Giorno della Memoria, che ricorda la Shoah, lo sterminio avvenuto durante la seconda guerra mondiale ad opera dei nazisti nei campi di concentramento, le polemiche e le accuse sono state particolarmente aspre, anche per la coincidenza dell’“apertura” vaticana nei confronti dei vescovi lefevriani, uno dei quali dichiaratamente “negazionista” nei confronti della Shoah. Un atteggiamento, questo, messo al bando esplicitamente dalla Chiesa Cattolica e dal Papa in particolare, tuttavia agitato da ambienti ebraici e non solo, quasi ad accreditare una pregiudiziale negativa dei cattolici e della Chiesa verso gli ebrei.
Naturalmente ci sono questioni storiche complesse che si trascinano e che possono alimentare le polemiche, a cominciare dalle ricostruzioni talvolta strumentali dell’atteggiamento di Pio XII nei confronti del nazismo e della persecuzione contro gli ebrei. Eppure, proprio la storia racconta di una forte testimonianza, in quel tempo, di tanti uomini di Chiesa e della stessa istituzione che soccorrevano e salvavano gli ebrei perseguitati. Ne è testimone, ad esempio, Ennio Giannì, novant’anni portati alla grande e una memoria che non fa sconti. «Non capisco le polemiche. Io stesso – racconta – ho partecipato, su precisi ordini del Vaticano, al salvataggio di numerosi ebrei romani, tra il settembre 1943 e il giugno del ’44, quando a Roma arrivarono finalmente gli alleati».

Una vita da romanzo

Ennio Giannì, bergamasco d’a-dozione, è un personaggio straordinario. Non solo per i novant’anni che proprio non si vedono – a vederlo e ad ascoltarlo sono almeno venti di meno – ma per l’intera sua esistenza. Figlio di una principessa, Elisa dei principi Caracciolo, è nato nel 1919 a Gallipoli, in Puglia, ma ha poi vissuto a Roma, in Spagna, in Francia e di nuovo in Italia, a Brescia e infine a Bergamo, dove risiede ormai dai primi Anni Cinquanta (da una ventina d’anni abita nel comune di Ponteranica, limitrofo al capoluogo orobico).
Medico, primario, docente e preside universitario, oggi professore emerito della Statale di Milano e degli Istituti Clinici di perfezionamento, è un pioniere dell’ortodonzia e della chirurgia maxillo-facciale. Sono innumerevoli i suoi incarichi accademici, così come numerosissime sono le sue pubblicazioni, tutt’oggi riferimento imprescindibile per chi studia l’ortodonzia. Il professor Giannì è famoso in tutto il mondo e ha ricevuto riconoscimenti per l’attività accademica e professionale da istituzioni di molti e diversi Paesi in Europa, nelle Americhe e anche in Cina. Tuttora è invitato a congressi internazionali, lezioni magistrali e corsi di aggiornamento nelle università internazionali.
Ad ascoltarlo parlare ci si perde nei meandri di una vita dedicata alla medicina, allo studio e all’insegnamento, con importanti incarichi anche di gestione di strutture ospedaliere. In questa vita intensissima – «da romanzo», come la definisce lo stesso Giannì – una parentesi breve, ma importante, è stata proprio quella dell’attività di «partigiano passivo», in incognito, per la Santa Sede.
«Tutto è cominciato – racconta – nel settembre del 1943, quando un mio cugino, Emanuel Caracciolo, poi fucilato alle Fosse Ardeatine, mi cooptò per entrare nei gruppi clandestini di Giustizia e Libertà e collaborare in particolare con il Vaticano, per salvare gli ebrei. Io mi trovavo a Roma da alcuni mesi, dal giugno del ’43, quando venni rimandato a casa da Kiev, in Ucraina, dove ero arrivato con il reggimento nel quale militavo come sottotenente. Ero partito, infatti, nel gennaio del ’43 per la campagna di Russia, aggregato alla Divisione Torino del 52° reggimento di artiglieria ippotrainata, ma una volta a Kiev mi ammalai, per una congestione della quale porto i segni ancora oggi, con un polmone ridotto nelle sue dimensioni e funzionalità. Quella congestione, però, mi salvò la vita: dopo il ricovero in ospedale da campo, infatti, fui rimandato a casa in licenza».
Era il giugno del 1943 e di lì a poco il fascismo sarebbe caduto, con la ripresa poi della Repubblica di Salò e l’invito-obbligo agli ufficiali dell’esercito di presentarsi sul Garda, pena la fucilazione. Fu allora che Giannì decise di rimanere nella Roma occupata dai tedeschi e, da settembre, di impegnarsi con i partigiani che operavano nella Capitale.
«Un documento della Sacra Congregazione vaticana per i seminari e gli studi universitari – racconta ancora il professor Giannì – mi definiva come “Consulente sanitario all’Ente Ecclesiastico per l’Educazione Cattolica” e doveva servire come lasciapassare per i controlli delle SS tedesche. Era la mia copertura. Per il resto – continua – gli ordini erano sempre precisi e mi era chiaro che rimandavano, in ultima analisi, alla stessa volontà di Papa Pio XII, attraverso un certo monsignor Cappello, giovane e dinamico segretario di monsignor Ernesto Ruffini, Segretario della Sacra Congregazione, che sarebbe poi diventato arcivescovo di Palermo e cardinale. Dovevamo aiutare gli ebrei a sfuggire alle persecuzioni. In concreto, il gruppo di cui facevo parte era costituito da una quindicina di persone che peraltro si incontravano di rado.
«Agivamo anche da soli – prosegue Giannì – e assolutamente dovevamo rispettare il silenzio. Dovevamo anche dormire spesso in luoghi diversi, per evitare di essere individuati. Personalmente ho partecipato a una decina di azioni che il più delle volte consistevano nel prelevare gli ebrei, talvolta interi nuclei familiari, per portarli poi all’interno del Vaticano o a San Paolo fuori le Mura o anche alle Catacombe. Da lì proseguivano per strade che non ho mai saputo quali fossero. Azioni rapide, fatte di gesti decisi, senza domande o parole scambiate tra noi e chi stavamo aiutando. Spesso avevamo a disposizione delle auto e una volta capitò anche di sparare: di notte, durante un’azione, temendo di essere catturati. Io avevo la mia Beretta di militare e la usai».
L’impegno partigiano di Ennio Giannì durò fino al giugno del ’44, quando arrivarono a Roma gli Alleati. Con la parentesi tragica della cattura e della morte del cugino Caracciolo, fucilato alle Ardeatine.
«Nel ’44 – ricorda il professore – fui anche pagato per il servizio partigiano. Pagato in am-lire, e mi diedero anche un indennizzo per il bagaglio perso dopo il ritorno dalla Russia. Venni anche promosso capitano di complemento e insignito della Croce di guerra al valor militare. A quel punto, dopo il giugno ’44, venni richiamato per servire nell’esercito: avrei dovuto andare ad Alfonsine, che ancora oggi non so dove sia. Riuscii però a farmi ricoverare all’ospedale del Celio, dove venni riformato per le conseguenze del male che mi aveva colpito in Russia. E da lì in avanti cominciò tutta un’altra vita: prima in Spagna, poi in Francia, a lavorare e studiare, fino al ritorno in Italia nel 1952. Milano, Brescia, Bergamo. E sono ancora qui».

 

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